“Commenti&Analisi” Guerre: Alla ricerca dell´etica perduta – di B. Spinelli

03/04/2003

            3/4/2003



            GUERRE
            Alla ricerca dell´etica perduta


            intervento
            Barbara Spinelli

            ISTINTIVAMENTE siamo portati a negare che ci possa essere un’etica della guerra, per il semplice fatto che la guerra rappresenta fin dal suo insorgere una interruzione degli usi correnti – dunque dell’habitus morale – d’un popolo. Già in Erodoto essa è descritta come follia umana, anche se inevitabile o necessaria, e come sovversione dell’ordine naturale delle cose: «Nessuno è così stupido da preferire la guerra alla pace. Nella pace i figli seppelliscono i padri, mentre in guerra i padri seppelliscono i figli: ma è piaciuto agli dèi che così ciò avvenisse» (I 87, 4). Tuttavia anche il male può esser corretto da una condotta non sproporzionata nel corso delle operazioni belliche. Si può esser folli abbastanza da aggredire militarmente il nemico – «è piaciuto agli dèi che ciò avvenisse» – ma si può evitare il male assoluto che è la violenza militare inflitta alla persona umana inerme: popolazione civile, donna, bambino, anziano, prigioniero. La simmetria fra persone in lotta è il fondamento su cui poggia l’etica delle guerra, e la violazione morale avviene quando tale simmetria scompare. Così la pensavano i Padri della Chiesa fin dal Medio Evo, che per portare ordine nell’anomia bellica ricorsero all’arte del distinguo. Se da un lato bisognava sempre porsi il problema della legittimità della guerra (dello ius ad bellum), dall’altro lato occorreva anche dibattere e definire l’eventuale modo di condurla (ius in bello). La distinzione non è solo cristiana. Nella filosofia e nella letteratura della Grecia antica, il belligerante è chiamato ad osservare precise leggi morali durante il conflitto: leggi che sanciscano la restituzione delle salme, l’inviolabilità dei templi dove i belligeranti cercano eventualmente rifugio, la protezione e l’inviolabilità degli ambasciatori o dei supplici, il rispetto dei cosiddetti periodi di pace panellenici. Il XX secolo ha violato questa tradizione occidentale, le cui radici sono lontane. Tutto ha avuto inizio con la prima guerra mondiale, dunque con la democratizzazione dei conflitti fra Stati sovrani in Occidente, ma la svolta decisiva è avvenuta con le guerre scatenate dal nazismo e dal comunismo. È a quel punto che la guerra è diventata totale (come scriveva Erich Ludendorff dopo l’esperienza del 1914-’18, in un libro omonimo che Lenin considerava altamente istruttivo). Le popolazioni disarmate divenivano bersaglio esplicito dell’azione bellica, la retroguardia civile veniva incorporata nell’avanguardia militare, e la vittoria era assicurata solo se il vincitore non faceva prigionieri ma li usava contro l’avversario liquidandoli o prendendoli in ostaggio. La mobilitazione totale era la nuova regola, ed essa mirava esplicitamente a sovvertire il tradizionale ius in bello. La guerra stessa era molto più di un’operazione militare: era uso delle armi, della propaganda, della radio, del cinema, della forza dell’inganno. Era un Gesamtkunstwerk, una totalizzante opera d’arte militare. Hitler è stato sconfitto ma la sua totale Mobilmachung è sopravvissuta, facendo non pochi emuli. Con l’andare del tempo si è anzi inasprita, sino a divenire dominante nella seconda metà del Novecento. Nel corso della prima guerra mondiale il 5 per cento delle perdite era composto da civili; nella seconda guerra mondiale le perdite civili erano arrivate a superare il 50 per cento; negli anni Novanta le vittime civili delle guerre ammontano a circa l’80 per cento. La guerra totale non è più indirizzata contro un esercito, ma contro un gruppo sociale, etnico, politico, o contro il cuore stesso della nazione: la sua «essenza animistica», diceva Ludendorff (Erich Ludendorff, Der Totale Krieg, Monaco 1935). La divisione tra civili e militari cessa di essere netta e la posta in gioco non sono territori e risorse, ma la sopravvivenza psico-fisica dell’intero gruppo. Non è più l’armata avversaria a dover tremare ma tutto un popolo. Suscitare paura diventa obiettivo strategico delle guerre moderne. Non stupisce dunque che il XXI secolo si sia aperto con un’azione bellica che aboliva perfino l’ultimo 20 per cento, costituito dagli uomini in arme del paese nemico. L’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 ha ormai esclusivamente i civili, come proprio traguardo militare. La città deve esser piegata prima ancora che si schierino i suoi difensori: questo il piano di chi ha voluto la coincidenza integrale fra pratiche del terrorismo e guerre classiche, fra assalto ai civili e assalto ai soldati, fra ius ad bellum e ius in bello. Quest’ultimo veniva fagocitato dalla legittimità del conflitto armato, e il modo di condurre la battaglia faceva tutt’uno con la guerra giusta, il cui senso veniva in tal modo sequestrato e deturpato dai terroristi. Al posto dello ius in bello si instaurava un’anomia in bello – un voluto sprezzo di norme e leggi, nel corso del conflitto – e i mezzi di combattimento cessavano di esser disgiunti, nel giudizio, dal fine. Il sacrificio stesso del soldato avversario cessava di essere qualcosa che bisogna addomesticare, dentro di sé: nella guerra del terrorista kamikaze muoiono tutti, dunque non c’è più differenza tra sacrificatore e sacrificato. Il mezzo veniva santificato, e più era cruento più veniva descritto come santo, tale da garantire al terrorista suicida l’ingresso in paradiso. Le guerre del XXI secolo hanno questo in comune, a Manhattan come in Medio Oriente: sono guerre-kamikaze, che sacrificano il combattente di Dio e che ignorano coscientemente, e volontariamente, il concetto stesso di campo di battaglia, di uniforme, di simmetria, e non per ultimo di morale. È il motivo per cui un certo numero di studiosi di guerra e di pace, e in particolar modo lo storico inglese Michael Howard, ha deplorato l’uso del termine guerra, il giorno in cui l’amministrazione Bush è passata all’attacco contro Bin Laden e le forze di Al Qaeda, dopo l’attentato (Michael Howard, What’s in A Name?: How to fight Terrorism, «Foreign Affairs», gennaio/febbraio 2002). Per l’Occidente liberale, infatti, la distinzione fra ius ad bellum e ius in bello è irrinunciabile, ed è prescritto del resto da specifiche convenzioni internazionali: la più importante delle quali è quella sottoscritta a Ginevra nel 1949, che vieta il maltrattamento dei prigionieri e che ordina la loro riconsegna a guerra finita. Il protocollo aggiuntivo del 1977 prevede inoltre – negli articoli 43, 44 e 75 – che anche il combattente non riconosciuto come tale dalle forze avversarie debba esser considerato prigioniero di guerra, una volta catturato. Gli Stati Uniti non hanno firmato il protocollo, che tuttavia viene considerato legge consuetudinaria dagli Occidentali. È quello che ha reso così scabrosa la questione dei prigionieri di Al Qaeda, presi nel corso della guerra in Afghanistan del 2001-2002. Il trattamento dei detenuti nelle celle di Guantánamo a Cuba ha diviso le opinioni americane e occidentali, e per settimane è stato una spina nel fianco della strategia statunitense, screditandola gravemente. Così è avvenuto per i metodi sanguinosi con cui è stata sedata la sommossa dei prigionieri a Mazar-e Sharif, nel novembre 2001: tra i cadaveri, erano visibili quelli di combattenti massacrati malgrado avessero le mani legate. C’è stato un momento in cui gli americani hanno rischiato di perdere la vittoria che avevano conseguito, a causa di queste violazioni dell’etica di guerra. Sulla questione di Guantánamo Bay il presidente statunitense ha tergiversato a lungo, prima di riconoscere che il diritto internazionale – il ius in bello – contiene leggi che anche il vincitore, e soprattutto il vincitore democratico, deve rispettare, quali che siano gli atteggiamenti e i propositi della forza nemica. E naturalmente si possono capire queste tergiversazioni, perché l’attentatore moderno non può essere considerato un combattente tradizionale, e neppure un partigiano che combatte – vestito da civile – per la liberazione di un territorio circoscritto. È un attentatore fuori-legge oltre che fuori-territorio, e la sua qualità di criminale lo sottrae per forza di cose non solo al conflitto classico, ma anche alle regole interne del conflitto che vanno sotto il nome di etica bellica. È precisamente questo che spinge Michael Howard a criticare l’uso troppo speditivo del concetto di guerra. Paradossalmente, infatti, i toni più aspri che gli occidentali hanno voluto usare nel descrivere il loro schieramento militare contro i quartieri generali del terrore («non è una semplice operazione poliziesca: è una guerra») rischia di ritorcersi contro di loro e di costringerli a un codice di condotta – un ius in bello, appunto – che solitamente non ha luogo di sussistere tale e quale, nella battaglia contro il crimine terrorista. È un codice cui si ricorre nel campo di battaglia (la guerra della coalizione antiterrorista non mirava strategicamente ai civili, in Afghanistan) ma che in altre situazioni diventa imbarazzante, e addirittura controproducente. Non può valere nel suo significato letterale, ad esempio, quando il combattente terrorista viene vinto e poi imprigionato. Il terrorista deve esser persuaso a parlare, a svelare piani, a rompere lealtà mafiose-settarie. Difficilmente si potranno applicare al suo caso i dettami della Convenzione di Ginevra: il diritto del combattente catturato a non parlare, o l’obbligo di restituzione dei prigionieri quando il conflitto è finito. Per definizione la lotta contro i terroristi non conosce in effetti limiti di tempo, essendo ormai un dato permanente delle nostre società. Ma c’è un altro motivo per cui Howard si pronuncia contro l’uso della parola guerra: se si imbocca questa strada – egli dice – i terroristi vengono legittimati sul piano morale, e riconosciuti come semplici belligeranti. Di fatto vengono fatti rientrare in una sorta di normalità, e questo nel preciso momento in cui lo scopo delle democrazie è di debellarli nella loro qualità di criminali comuni, anche se assoluti e globali. Non deve meravigliare, ricorda lo storico, la meticolosa prudenza con cui gli inglesi hanno in genere evitato, in passato, di cadere nella trappola semantica delle guerre. Le operazioni in Palestina, in Irlanda, a Cipro o in Malesia non furono mai denominate guerre, bensì emergenze, emergencies. Una terminologia che estendeva oltre le proprie frontiere la tradizionale lotta al crimine interno, e che permetteva alla polizia e ai servizi di dotarsi di poteri eccezionali, compreso il diritto di ricorrere se opportuno alle forze armate. Ai terroristi era vietato dare il nome di belligeranti: essi erano considerati delinquenti, e così dovevano esser visti dall’opinione pubblica e dalle autorità. Nel caso irlandese questo sistematico rifiuto sfociò in una vera anomia, ovvero mancanza di norme etiche chiare: è la ragione per cui i combattenti dell’ira si batterono a lungo per ottenere lo statuto di belligeranti. Solo in tal modo potevano esser garantiti da leggi tangibili, in quello che essi consideravano un conflitto militare classico (una guerra d’indipendenza). Proprio il caso irlandese dimostra che un’etica è pur sempre necessaria, in tutti i casi in cui le guerre non sono chiamate tali. La sua mancanza è sentita, da molti, in maniera lancinante. È un’etica che dovrà tuttavia esser pensata ex novo, perché ancora non c’è. Che dovrà render compatibile l’eredità dello ius in bello con guerre che si preannunciano infinite.