“Commenti&Analisi” Gli Schiavi del Call center (C.Damiano)

07/09/2005
    mercoledì 7 settembre 2005

    Commenti
    Il caso Atesia

      Gli Schiavi
      del Call center

        Cesare Damiano

          «Trecentottantaquattro euro lordi al mese di stipendio, con turnazioni su 24 ore attraverso l’utilizzo dei contratti di apprendistato. C’è stato, circa un anno fa, un accordo sindacale che doveva portare alla stabilizzazione del posto di lavoro, ma l’azienda non lo sta applicando». Mi sono fatto ripetere la cifra perché pensavo di aver capito male. Ma la cifra era giusta. Poi ho cominciato a prendere appunti per captare anche i particolari di una situazione che il mio interlocutore, rappresentante sindacale aziendale di Atesia, mi stava descrivendo.

            Oltre le basse retribuzioni, la precarietà, orari di lavoro cortissimi (leggasi part time di 4 ore) e prestazioni a «cottimo» pagate mediamente dai 300 ai 600 euro netti mensili. La scena si svolgeva alla festa dell’Unità di Roma, lo scorso luglio. Ero in attesa di fare un dibattito con Tiziano Treu sul lavoro atipico e avevo un appuntamento con alcuni lavoratori dell’Atesia. Adesso ho deciso di riprendere gli appunti di quell’incontro, che mi erano serviti per spiegare con esempi concreti, in tanti dibattiti, la condizione del lavoro atipico, perché il prossimo 9 settembre i lavoratori di Atesia e di Cos scenderanno nuovamente in sciopero.

              L’Atesia è un call center che si trova a Roma, a Cinecittà 2: vi lavorano circa 4.600 persone, di cui appena 200 sono dipendenti stabili. Il resto è costituito da lavoratori coordinati continuativi destinati a diventare lavoratori a progetto, secondo le nuove formule previste dalla Legge 30 sul mercato del lavoro. L’attuale struttura proprietaria, cambiata recentemente, è suddivisa in Telecontact di proprietà al 100% di Telecom, e Nuova Atesia di proprietà del gruppo Cos al 100%. Come si vede ci troviamo di fronte a marchi importanti nel panorama industriale italiano, con un call center che, a sua volta, svolge i suoi servizi per enti e imprese altrettanto importanti: Telecom, Lottomatica, Istat, Inpdap, Ministero degli Interni e altri. Questa azienda nasce nel 1989 e, fino al 2000, i rapporti di impiego sono stati regolati attraverso le partite iva. Successivamente vengono trasformati in co.co.co. e in collaborazioni a progetto. Si tratta di una forza lavoro che oggi ha, in media, 35 anni, composta al 70% da donne, con titoli di studio che vanno generalmente dal diploma alla laurea. Nonostante il notevole ricambio di personale, perché molti lavoratori con queste condizioni di lavoro appena possono se ne vanno, vi sono numerosi dipendenti che hanno iniziato a lavorare dall’89: circa 16 anni trascorsi in azienda. Vale a dire che se sei entrato a vent’anni, oggi ne hai 36. Un tempo giusto per aver messo su famiglia, fatto figli, acceso un mutuo per la casa, almeno affittato un appartamento, comprato un’auto, essere diventato cittadino e consumatore. Cose che non si possono fare se hai un lavoro precario. Purtroppo, questi lavoratori hanno dovuto stipulare contratti trimestrali, soltanto di recente diventati annuali, con il periodico patema d’animo del loro rinnovo e dei possibili ricatti a cui possono essere sottoposti se osano rivendicare i loro diritti. Mi dice Stefano Fusco del Nidil Cgil di Roma sud: «nel dicembre del 2004 l’Atesia ha allontanato otto lavoratrici, con circa due anni di anzianità, per il solo fatto di avere richiesto chiarimenti sui cambiamenti che stavano avvenendo nell’organizzazione del loro lavoro». Facendo un calcolo approssimativo, i rinnovi trimestrali e i recenti rinnovi annuali, in circa 16 anni, significano una «via crucis» di quasi 50 assunzioni per ogni dipendente: uno stillicidio non augurabile a nessuno dei nostri figli ai quali, tra le altre cose, abbiamo anche raccomandato di studiare. Il sindacato è entrato in azienda nel 2000 e raccoglie poco più del 10% di adesioni tra il personale, anche perché è difficile organizzarsi in queste condizioni. Il 24 maggio l 2004 si è concluso un accordo stipulato da Cgil, Cisl e Uil con l’azienda che vedeva, accanto all’applicazione della Legge 30, l’obiettivo della stabilizzazione dei circa 4.350 lavoratori co.co.co. attraverso un utilizzo temporaneo degli strumenti della somministrazione, dell’apprendistato professionalizzante e dell’inserimento. Un contratto aziendale di «passaggio» verso l’agognata e meritata stabilizzazione, disatteso secondo l’opinione del sindacato. Addirittura si corre il rischio, per i circa 200 lavoratori stabili, di passare attraverso un processo di armonizzazione contrattuale peggiorativo tra Atesia e Cos, con la pretesa aziendale di eliminare alcuni «privilegi», tra cui i buoni pasto che sono il frutto della precedente contrattazione. E dire che ci troviamo di fronte ad una azienda che gode di ottima salute e che, in una sua pubblicazione intitolata «Valore umano, innovazione tecnologica», dichiara di essere passata dal 2003 al 2004 da 136 a 210 milioni di fatturato, di aver aumentato le postazioni portandole da 3.500 a 5.200 e gli addetti da 6.500 ad oltre 12.000.

                Inoltre, c’è l’annuncio della prossima apertura di nuove sedi in Argentina e Romania. Tutto questo come si concilia con la situazione di estrema precarietà di questi giovani lavoratori e con l’annuncio di cassa integrazione ordinaria per 170 persone dell’Atesia di Torre Spaccata di Roma, causata dalla mancata acquisizione di ordini di lavoro? Il problema è che abbiamo a che fare con un modello produttivo che, attraverso il meccanismo dell’acquisizione di commesse con appalti continuamente al ribasso, finisce per caricare sugli operatori del servizio tutto l’onere della competitività, in una corsa sfrenata all’indietro per quanto riguarda il livello delle retribuzioni e delle protezioni sociali. I call center sono diventati una sorta di «catena di montaggio di prodotti immateriali», con forti analogie con l’organizzazione del lavoro del vecchio modello ford taylorista del quale, peraltro, non godono dei vantaggi di una contrattazione sindacale storica che aveva ottenuto, a fronte della bassa qualità del lavoro e delle basse retribuzioni della catena di montaggio tradizionale, la sua stabilizzazione, il contenimento della fatica e l’esercizio dei diritti e delle libertà sindacali fondamentali. Oggi, nei call center, è anche richiesta una prestazione personale e qualificata, di rapporto individuale con il cliente, di versatilità e di capacità di risposta a domande di significativa complessità su temi di carattere specifico. Qualità della prestazione richiesta e alta scolarizzazione degli operatori hanno come corrispettivo non solo una retribuzione e contribuzioni sociali significativamente inferiori alle retribuzioni medio basse (una recente inchiesta dei Ds ha individuato nel tetto di 1200 euro netti mensili il livello di tale retribuzione), ma anche l’assenza di una stabilizzazione occupazionale o di una prospettiva che vada in tale direzione.

                  È questo il punto sul quale occorre intervenire, perché se non si collega qualità del prodotto e qualità della prestazione richiesta con certezza e stabilità del lavoro, salta l’unica relazione di scambio e di compromesso possibile tra lavoro e impresa che porti a individuare, nel percorso della crescita e dello sviluppo qualitativi, la contestuale presenza di adeguate protezioni sociali nel moderno mercato del lavoro. L’esempio di queste imprese è emblematico e una specifica discussione sulla condizione di lavoro nei call center va rapidamente aperta, in quanto luoghi simbolici della nuova condizione del «lavoro incerto». Lo sciopero di Cgil, Cisl e Uil del 9 settembre trova la nostra condivisione, attenzione e solidarietà. L’Unione sta preparando, con il suo programma, una risposta specifica a queste tematiche che coinvolgono in particolare le giovani generazioni e si prefigge di fare della battaglia per la stabilizzazione del lavoro e per una buona flessibilità tutelata uno dei punti centrali della sua iniziativa.