“Commenti&Analisi” Gli integrativi regionali sono un freno ai contratti aziendali (G.Baglioni)

03/02/2004


        Martedí 03 Febbraio 2004

        ITALIA-LAVORO


        Gli integrativi regionali per tutti sono un freno ai contratti aziendali


        DI GUIDO BAGLIONI

        Negli ultimi giorni numerosi osservatori e personalità politiche, come per esempio Francesco Rutelli, hanno suggerito un maggior peso della contrattazione territoriale, della contrattazione regionale in particolare, per tener conto delle differenze esistenti nelle condizioni dell’economia e del lavoro. Questo suggerimento dà un contributo (nel rispetto del ruolo delle parti sociali) al dibattito in corso da tempo sul riassetto del nostro sistema contrattuale dal quale, fino ad ora, sono emersi due punti chiave: per le differenze dette non può esistere un solo livello di contrattazione (come è già nella realtà) e, accanto ai contratti di base del livello nazionale, vanno estesi e potenziati livelli decentrati (tendenza comune ad altri importanti Paesi europei). Il rinnovo dei contratti collettivi, come è noto, avviene in ragione di due criteri: la salvaguardia del potere di acquisto dei salari e la distribuzione dei vantaggi dovuti all’incremento di produttività. Per questo secondo criterio la sede naturale è quella dell’impresa o del gruppo, dove è misurabile l’andamento della produttività e l’apporto del lavoro. La distribuzione per la produttività a livello territoriale è molto meno plausibile: può essere tentata in ambienti specifici con elevata omogeneità produttiva o, come è previsto per l’agricoltura e l’artigianato, in settori con piccole imprese prevalenti, nelle quali non si fa contrattazione aziendale formalizzata. Il criterio della salvaguardia del potere di acquisto va considerato realisticamente su due livelli. Quello di base e insostituibile del contratto nazionale, ci garantisce un trattamento negoziato e regolare per tutti. Quello integrativo a livello territoriale laddove si manifesta un costo della vita sensibilmente più elevato, principalmente nelle grandi città e nelle aree metropolitane. Ciò attraverso accordi fra gli attori locali, accordi non generalizzati, in contesti non normalmente corrispondenti a confini istituzionali e amministrativi; certo più facilmente sostenibili se tali contesti mostrano complessivamente un grado di efficienza superiore alla media. Meno convincente sembra essere l’idea di stabilire salari integrativi di ambito regionale e, per di più, estendendo l’integrazione alla produttività. Sono queste le principali perplessità che sorgono. Il livello regionale sembra comportare una sua generalizzazione, ossia contratti integrativi in tutte le regioni. Se è così potremmo avere una sorta di codificazione di questo istituto, ci richiama in una certa misura il precedente, ora non accettabile, delle gabbie salariali. Le regioni, specie le grandi regioni dove sono più intense le relazioni industriali, sono tutt’altro che omogenee sul versante del costo della vita. Pensiamo, come al solito, al costo della casa e degli affitti. Ancora meno omogenee risultano al loro interno per quanto riguarda la competitività e la produttività. Un accordo regionale può essere forse fatto in Valle d’Aosta, non in Lombardia o in Veneto. Accordi salariali integrativi stipulati in tutte le regioni rischiano, da una parte, di rendere difficilmente rinnovabili o consistenti i contratti nazionali e, dall’altra, di ostacolare la diffusione di contratti nell’impresa; sede propria della costruzione di relazioni industriali ricche di collaborazione, di partecipazione, di obiettivi di efficienza e qualità.