“Commenti&Analisi” Gli immigrati e la rivoluzione italiana (M.Livi Bacci)

11/07/2003

 
venerdì 11 luglio 2003 
Pagina 17 – Commenti
 
 
Gli immigrati e la rivoluzione italiana
          MASSIMO LIVI BACCI

          L´Italia è assediata dai clandestini? È questa la sensazione che l´opinione pubblica ha di fronte ai continui tentativi di forzare le frontiere da parte di migliaia di persone in fuga dai loro paesi per sfuggire catastrofi politiche e naturali, o incalzati dalla povertà e dalla mancanza di prospettive. Un grave e complesso problema, umanitario e di ordine pubblico, che però l´Italia e l´Unione Europea sono in grado di affrontare, attenuare e gestire sul piano degli accordi internazionali. Del resto la pressione sulle nostre coste si è attenuata rispetto ad anni recenti; rinnovate iniziative bilaterali con i paesi di origine e di transito – un´attività con poco glamour che il governo non ha coltivato volentieri – possono ottenere risultati importanti. Va poi detto che gli sbarchi clandestini sono l´origine di una piccolissima quota di coloro che si trovano in situazione non regolare in Italia, arrivati, per lo più, in maniera del tutto legale.
          L´immigrazione clandestina è il sintomo – sgradevole e curato con medicine inadeguate – di un travolgente mutamento della fisionomia della società italiana. Viviamo una rivoluzione migratoria silenziosa, profonda e rapida. Dieci anni fa, gli immigrati non raggiungevano il milione; a metà del 2003 – includendo coloro che hanno fatto domanda di regolarizzazione – essi si aggirano sui due milioni e mezzo. Ciò significa che lo stock di immigrati si è accresciuto, durante l´ultimo decennio, di un numero annuo superiore alle 150.000 unità, con un´accelerazione negli ultimi 4 o 5 anni. Un numero aggiuntivo annuale equivalente alla popolazione di una città medio-grande, come Brescia o Cagliari. Questa rapidissima crescita, che fa dell´Italia il paese europeo a più forte immigrazione, è avvenuta in un decennio durante il quale l´effetto della depressione demografica nelle forze di lavoro non si è fatto ancora sentire appieno. Nell´ultimo decennio, infatti, il numero dei giovani tra i 20 e i 40 anni è diminuito di circa un milione. Ma nel prossimo decennio, se non ci fosse immigrazione, la diminuzione sarebbe pari a quattro milioni, circa un quarto della consistenza attuale di questa classe si età. Questo vuoto potrà essere attenuato dal riassorbimento della disoccupazione giovanile e da un abbassamento dell´età all´entrata nel mercato del lavoro. Per il resto, sovverrà l´immigrazione, e in numeri sensibilmente più cospicui dei 150.000 all´anno del decennio trascorso. Di questa crescente domanda sono al corrente tutti: le famiglie, le imprese piccole e quelle grandi, gli enti locali, perfino il governo che ha persone (penso al ministro Pisanu e al sottosegretario Mantovano) che conoscono bene il problema.

          Il centrodestra, che ha appiattito la sua politica sulla linea demagogica e xenofoba di Bossi, non è in grado di affrontare la rivoluzione in corso. In particolare tre punti richiedono una profonda modifica dell´attuale politica. Il primo riguarda il numero degli immigrati da ammettere annualmente. I circa 80000 immigrati previsti dal decreto sui flussi 2003 sono del tutto inadeguati a soddisfare la domanda del sistema. Questo forte squilibrio tra domanda reale e ingressi legali finisce per alimentare l´immigrazione clandestina che trova copertura da parte di chi – famiglia od impresa – si avvale del lavoro dei nuovi arrivati. Inoltre i meccanismi previsti dalla Legge Bossi-Fini per il reclutamento degli immigrati – con chiamate fatte attingendo alle liste dei candidati all´emigrazione predisposte nei paesi di origine – sono sicuramente inadatti per le famiglie e per le piccole imprese. Sia le une che le altre hanno bisogno di un contatto diretto e di una valutazione individuale della persona da assumere e sono riluttanti ad affidarsi a chiamate a distanza. È certo che molti preferiranno aggirare la legge e attingere a persone conosciute presenti in Italia, magari provviste solamente di un visto turistico. Il terzo punto riguarda il legame – previsto dalla legge – tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro. Poiché questo è quasi sempre a tempo determinato, si rischia di alimentare un afflusso di manodopera ad alta rotazione e corta residenza media. Si andrà così creando uno stock di immigrati nel quale prevalgono coloro che rimangono nel paese per brevi periodi e, per questo stesso fatto, sono riluttanti ad investire nella propria integrazione. Questa richiede prospettive lunghe per l´apprendimento della lingua, la conoscenza del paese, delle sue leggi e istituzioni, per la costruzione di legami sociali e familiari stabili. La politica del breve periodo ha anche un´altra conseguenza negativa non immediatamente evidente. Essa scoraggia l´immigrazione altamente qualificata, dalla quale sicuramente il paese trarrebbe grande vantaggio. Chi arriva in Italia con qualifiche elevate cerca non solo un´adeguata retribuzione ma anche una certa stabilità delle condizioni di vita, la possibilità di vivere con la famiglia, l´opportunità di "adottare", insomma, il paese che lo ospita. In mancanza di queste possibilità, l´immigrazione rischia di appiattirsi sui livelli più bassi delle qualifiche – persone che si contentano dei lavori più umili e dei redditi più modesti, che si inseriscono in attività a bassa produttività che danno un modesto contributo allo sviluppo.
          Tra una diecina d´anni gli immigrati, e i loro figli, potrebbero superare i 5 milioni e avvicinarsi al 10 per cento della popolazione italiana. Si potrebbe pensare che il centrodestra, che conta di governare per un´altra legislatura, abbia in mente un modello di integrazione e stia approntando gli strumenti – legislativi, finanziari, operativi – per farvi fronte. Purtroppo l´unico che sembra avere le idee chiare in materia è l´onorevole Bossi.