“Commenti&Analisi” Gli affetti proibiti della Wal Mart (B.Ugolini)

12/09/2005
    lunedì 12 settembre 2005

    Pagina 24

    ATIPICIACHI

      Gli affetti proibiti della Wal Mart

        Bruno Ugolini

          Saranno le donne, il presunto anello debole della catena, a far saltare un colossale centro del precariato internazionale? Non stiamo parlando degli effetti disastrosi della italiana legge 30. Stiamo parlando di un colosso mondiale della grande distribuzione, la Wal Mart. Non è ancora giunta dalle nostre parti ma potrebbe giungervi, visto che sta penetrando anche in Europa. Ed è portatrice poco sana di un male a cui il nostro centrodestra ha mostrato spesso di volersi affezionare: rendere il lavoro sempre più instabile e precario.

            La Wal Mart, infatti, deve le sue irresistibili fortune all’assenza di sindacato, all’assenza di contestazioni e contrattazioni, alla desertificazione dei diritti. Con questa premessa il gruppo si è sistemato al primo posto tra le 500 maggiori aziende del mondo (graduatoria Fortune). È insediata, oltre che negli Stati Uniti dove gestisce 1 milione e 300mila persone (due terzi sono donne), anche in Cina, Corea, Germania, Argentina, Brasile, Regno Unito, Messico, Porto Rico. Una buona parte dei cosiddetti dipendenti è rappresentata da lavoratrici e lavoratori precari. Massiccio è stato, ad esempio, l’uso di immigrati chiamati a lavorare 60 ore a settimana. Inesistenti o quasi conquiste storiche come le ferie annuali, la malattia pagata, gli straordinari pagati. E i salari percepiti sono inferiori rispetto a quelli assegnati in altre catene del commercio. L’organizzazione sindacale, in questo immenso e futuribile pianeta, non è mai riuscita ad entrare, è stata soffocata nella culla, prima che nascesse. Così almeno è avvenuto in America, mentre in paesi come la Cina il sindacalismo, come è noto, ha solo una faccia ufficiale. Non tutto è filato liscio nei diciannove supermercati aperti in Germania. Qui la Wal Mart ha tentato, inutilmente, di introdurre, la propria filosofia, i propri regolamenti. Come la proibizione, ad esempio, per i dipendenti, ad intessere relazioni affettive con i colleghi di lavoro, magari mettendo in campo una specie di sistema di delazioni interne. Certo un tale modellino di relazioni tra capitale e lavoro ha portato a qualche risultato dal punto di vista della ricchezza accumulata dalla società imprenditrice. Nei negozi Wal Mart, infatti, le vendite hanno grande successo, per via dei prezzi nettamente inferiori, (una media del 14 per cento). Uno sconto ai clienti, pagato duramente da chi ci lavora.

              L’impero ha subito, però, non molto tempo fa, proprio nel territorio dove è nata, gli Usa, un piccolo colpo che potrebbe avere effetti estesi. Un gruppo composto da sei lavoratrici, già dipendenti di uno dei negozi dell’interminabile catena, collocato a Bentonville, nell’Arkansas, ha promosso e poi vinto una causa.

                Era motivata dal fatto che avevano subito una vera e propria discriminazione sessuale relativa alla carriera e alla retribuzione. I loro colleghi maschi, insomma, prendevano più soldi e passavano rapidamente a qualifiche superiori. Loro rimanevano ferme al palo. Il giudice federale ha dato loro ragione ed ora è possibile che l’episodio apra un varco per altre migliaia di donne.

                  Gli stessi sindacati americani, nel frattempo, comprendendo che non si può però dipendere dalle benevolenza dei giudici, sembrano volersi dare una mossa. Hanno promosso una campagna di denuncia, chiamando a raccolta i sindacati degli altri Paesi. Anche di quelli che non sono ancora stati invasi dal colosso dei supermercati.

                    È una guerra preventiva, mentre facciamo i conti con i nostri focolai del precariato. E fa piacere, a questo proposito, leggere, nel programma di Romano Prodi per le primarie, l’impegno a riformare le leggi sul lavoro «per impedire che la necessaria flessibilità si tramuti in precarietà».