“Commenti&Analisi” Giovani: pensioni addio (L.Turco-C.Damiano)

03/10/2003



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03.10.2003
Giovani: pensioni addio
Pensioni: meno ai «vecchi», nulla ai «giovani»
La promessa di un incentivo del 32%? La maggiore retribuzione durerà alcuni anni poi la pensione sarà decurtata a vita
Un giovane che svolge lavori diversi, se non ha maturato almeno 5 anni di contributi, li vede svanire nel nulla…

di 
Livia Turco Cesare Damiano

Un inganno. La prima, vera controriforma della previdenza.
Questa è la sostanza della proposta del governo in merito alle pensioni. Un colossale inganno. A scapito anzitutto dei giovani – che si troveranno con una pensione da fame. Mettiamo in fila le misure contenute nella legge delega già approvata alla Camera e quelle previste nella legge finanziaria. Per i nuovi assunti le imprese pagheranno fino a 5 punti di contributi in meno.
Questo comporterà una drastica riduzione di risorse dedicate al pilastro pubblico della previdenza. Risorse che sarà difficile da reperire visto il costo da coprire. Miliardi. Tanto più che il testo di
legge approvato dalla Camera rinvia la copertura finanziaria a decisioni prese di volta in volta in occasione di ogni legge di bilancio.
Se lo Stato dovesse integrare l’Inps dei mancati contributi attraverso
risorse pubbliche, ne deriverebbero dei costi pesantissimi per la finanza pubblica. Se ciò non dovesse avvenire, mancherebbero molte risorse per pagare le pensioni in essere e si decurterebbe l’entità delle
future pensioni. Creando così nuove generazioni di pensionati poveri.
La drastica riduzione dei contributi per i nuovi assunti è poi in controtendenza con la misura dell’aumento dell’età contributiva a 40 anni.
Infatti, di fronte al minor costo dei nuovi assunti, le imprese saranno ulteriormente incentivate ad espellere le persone più anziane. Con buona pace di tutte le possibili incentivazioni per il prolungamento
dell’attività lavorativa. Oggi il lavoro, per tantissimi giovani, è costituito da una somma di lavori discontinui e precari. Per promuovere la dignità ed i diritti del lavoro dei giovani, bisogna adeguare il sistema di tutele alla realtà di un mercato del lavoro flessibile. Per combattere la precarietà. Quella pensionistica è una delle tutele che deve essere innovata. Anche rispetto alla riforma Dini. Oggi, infatti, un giovane che svolge lavori diversi, a termine, presso una azienda, come co.co.co, come lavoratore autonomo, se non ha maturato almeno 5 anni di contributi presso ciascun fondo o gestione, questi non concorrono alla maturazione della pensione. Sono contributi versati, anni lavorati che non serviranno a maturare una pensione decente. Si tratta di una pesante iniquità generazionale.
Per questo, nel corso del dibattito alla Camera abbiamo indicato come obiettivo qualificante la cosiddetta “totalizzazione” dei contributi.
Vale a dire il diritto al cumulo dei contributi versati nelle varie gestioni
previdenziali ai fini del diritto ad un unico trattamento di pensione.
Ciascun lavoratore e lavoratrice deve avere il diritto ad un’unica
prestazione assicurativa che gli consenta di calcolare i periodi di
contributi versati, per qualsiasi durata di tempo, ed in qualsiasi ambito
abbia prestato il suo lavoro. Il governo che parla di equità generazionale, non ha ritenuto, fino ad ora, di prendere in considerazione tale proposta. In compenso ha aumentato l’aliquota contributiva dei lavoratori parasubordinati, che passerà dal 16 al 19%, senza prevedere diritti sociali quali il sostegno alla maternità e l’accesso alla formazione. Se il governo, fin dall’inizio, avesse posto in modo serio il tema della riforma del welfare nella direzione di una maggiore solidarietà fra le generazioni e con una particolare attenzione ai giovani, avrebbe trovato in noi interlocutori attenti.
Come dimostrano le proposte che abbiamo avanzato sia in sede parlamentare che alla Conferenza Programmatica di Milano. Ci riferiamo in particolare alla Carta dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, alla Legge “Diritti di sicurezza sociale in materia di tutela attiva del lavoro e del reddito” ed alla legge sul reddito minimo di inserimento per le persone in condizione di povertà.
Avremmo dimostrato la disponibi lità ad accelerare l’applicazione della riforma Dini, andando anche oltre. Prevedendo, ad esempio, una integrazione delle pensioni più povere, anche a seguito del sistema contributivo, attraverso un contributo generale di solidarietà pagato dalla fiscalità generale. Questa misura, secondo noi, si renderà
necessaria a fronte di un sistema di calcolo delle pensioni, il contributivo, basato sul principio del raccordo tra anni lavorati – contributi versati – pensione maturata e sul principio dell’equità attuariale (parità di rendimento per i contributi versati) e di un mercato del lavoro in cui si comincia a lavorare in un età più matura e nel quale l’esperienza lavorativa è, il più delle volte, discontinua.
L’aumento di 5 anni dell’età pensionabile mette in discussione un principio fondamentale della riforma Dini che è la valutazione dei diversi gradi e delle diverse intensità della fatica del lavoro e la libertà di scelta tra il percepire una pensione più elevata o l’uscita anticipata dal lavoro (con una pensione più bassa).
La promessa di un incentivo del 32% della retribuzione consentita
ai lavoratori – adesso si scopre solo per i lavoratori privati – che anziché andare in pensione decidano di continuare a lavorare si rivelerà, al contrario, una penalizzazione. Infatti la maggiore retribuzione durerà alcuni anni ma le persone andranno in pensione con una pensione decurtata a vita. In quanto il suo valore è stimato fino agli anni in cui si è lavorato senza bonus. L’incentivo è una partita di giro tra contributi versati e aumento della busta paga che comporterà una penalizzazione per tutta la durata della pensione.
La nostra contrarietà alla proposta del governo si accompagna ad una
proposta alternativa. Innanzitutto ricordiamo le cifre sull’andamento della spesa previdenziale contenute in tutti i documenti governativi. Esse confermano che la riforma Dini – Prodi ha ottenuto consistenti risparmi ed ha tenuto sotto controllo la spesa: il 13,5% sul Pil nel 2002; tale incidenza sale al 16,5% tra il 2010 ed il 2030; per tornare a scendere ed attestarsi al 13% nel 2050 (a fronte del 14,2% nel 1998).
Una cifra ben lontana dagli 8 punti in più che la spesa nazionale avrebbe conseguito senza la riforma Dini.
Ma il modo più efficace per tenere la spesa previdenziale sotto controllo ed i conti pubblici a posto è accrescere la competitività del nostro Paese, è aumentare il tasso di attività. Ciò significa in modo particolare aumentare l’occupazione giovanile, femminile e promuovere l’invecchiamento attivo, Con l’allungamento della vita cambia il valore del lavoro nella fase matura.
Le persone saranno disponibili a lavorare più a lungo se migliora la
qualità del lavoro, se esso è ricco di contenuti professionali, se consente una più fluida conciliazione con il tempo di vita.
Ma allora la scelta più efficace non è un intervento legislativo coercitivo e rigido, ma quella di creare un ambiente favorevole al lavoro, con l’obiettivo di valorizzare il capitale di capacità e di
professionalità delle persone. Ciò significa: formazione permanente,
una cultura dell’impresa disponibile a valorizzare l’età matura,
l’uscita dal lavoro attraverso il part-time, l’alternanza lavoro/attività.
Per garantire una pensione adeguata è inoltre essenziale far decollare
la previdenza complementare coinvolgendo i lavoratori attraverso il
metodo del silenzio assenso. Il Tfr è, infatti, salario differito dei lavoratori. Per costruire equità è inoltre necessario completare l’armonizzazione dei requisiti contributivi e dei trattamenti tra i diversi regimi, superando i regimi speciali che ancora esistono e prevedere una aliquota contributiva omogenea tra lavoratori dipendenti, autonomi ecc.
La previdenza è solo un aspetto della politica del welfare. Solo con la
buona e piena occupazione, la tutela dei lavoratori, il sostegno alle responsabilità familiari, un adeguato finanziamento della Sanità pubblica e adeguate risorse agli enti locali, la qualificazione della scuola pubblica e la dotazione di un adeguato pacchetto formativo, sarà possibile vincere la sfida dell’equità, dell’inclusione, della competitività del nostro Paese.
E all’interno di questo contesto e di un aumento della spesa sociale
potrebbe essere non solo necessario ma anche equo chiedere alle
persone di lavorare qualche anno in più, ovviamente attraverso il
consenso dei lavoratori e dei sindacati.
La verità è che questo governo non ha a cuore le politiche di welfare.
Al contrario le considera un puro costo ed un ostacolo. Per questo persegue la strada di uno stato sociale pubblico sempre più povero, per i poveri, e incentiva le assicurazioni private per le prestazioni di qualità riservate ai ceti più ricchi.