“Commenti&Analisi” G.Baglioni: Il movimentismo apre alle derive

10/06/2003

      Martedì 10 Giugno 2003
      ITALIA – LAVORO

      ANALISI
      Il movimentismo apre alle derive

      Le organizzazioni
      più consapevoli
      devono favorire
      un ritorno
      ai confini sindacali
      DI GUIDO BAGLIONI

      Il sindacato deve affrontare non poche difficoltà oggettive e non contingenti. A queste ne aggiunge altre, diciamo di stile, ma con implicazioni profonde. In Italia, il sindacato, con sensibili diversità fra le organizzazioni, continua ad accentuare la mancanza di sobrietà e, insieme, l’indeterminatezza dei suoi confini (obbiettivi, compiti, presenze).
      Sobrietà e confini non sono due temi nuovi per l’esperienza sindacale, anche se oggi appaiono più pressanti con l’ecceso di comportamenti di segno opposto.
      A ben vedere essi sono già emessi quando la Cisl vuole configurarsi come una associazione (per seguire finalità propriamente di tutela sindacale, sulla base della rappresentanza degli iscritti, con legami deboli rispetto a forze politiche o ambienti idealmente vicini) e la Cgil tende alla connotazione di movimento (le finalità
      sindacali, che coinvolgono egualmente iscritti e non, si collegano ad obbiettivi più
      generali, che perseguono in primis i partiti del movimento operaio).
      Dagli anni 70 in avanti le due impronte si mescolano complessivamente in questo
      modo: la Cisl assiste spesso al prevalere delle sue linee strategiche innovative,
      mentre la Cgil riesce a diffondere i tratti del sindacato-movimento. Gli ultimi anni si accentua il mutamento dello stile sindacale; in Italia molto di più che in altri Paesi europei.
      La parola, insieme scontata e magica, che lo esprime è quella della manifestazione; che può essere percepita in almeno due sensi:
      1- da una parte, la gestione delle vertenze sindacali ricorrendo a iniziative improprie (come l’occupazione dei binari o delle autostrade) o facendo un utilizzo facile del conflitto e della protesta (si pensi al settore dei trasporti);
      2- dall’altra, l’impegno diretto dei sindacati su problemi più o meno rilevanti ma estranei al perimetro sindacale, problemi che coinvolgono lavoratori non come tali ma come gli
      altri cittadini (il caso più delicato è quello della guerra).
      Non si intende tanto mettere in discussione il maggior intreccio tra temi sindacali e temi più generali, politici in senso lato: come per la concertazione, gli assetti contrattuali,
      il governo del mercato del lavoro.
      Qui si sostiene più precisamente che l’intreccio va contenuto; che non è plausibile mettere assieme obbiettivi di rilievo mondiale e la lotta alla parziale e temporanea modifica dell’articolo 18; che le manifestazioni vanno selezionate privilegiando
      le materie del lavoro e senza appesantirle di eccessive componenti folcloristiche.
      Non abbiamo la nostalgie degli scioperi tristi del passato. Difendiamo la serietà della contesa
      sindacale e delle relazioni industriali. Anche perchè troppo rumore e troppa confusione di ruoli possono favorire chi intende strumentare il lavoro organizzato.
      Le manifestazioni sono un fenomeno con differenti angolature, come le seguenti: manifestare vuol dire spesso "fare sciopero", colpendo cittadini, lavoratori e strutture che non hanno nessuna responsabilità; i temi e le questioni del lavoro vengono soverchiate dall’appeal televisivo di temi più generali o generici; le stesse manifestazioni difensive per il posto di lavoro (insufficenti ma pienamente legittime) sembrano che siano più efficaci se, ad esempio, c’è la presenza dei coniugi Fo; il tasso delle manifestazioni non è sempre correlatoalla gravità dei problemi bensì, spesso all’accanimento politico di coloro che
      fuori o dentro il sindacato, effettivamnete le promuovono.
      Le conseguenze negative delle manifestazioni "spesso e volentieri" non sono poche. Esse accrescono la politicizzazione dell’azione sindacale e vedono prevalere organizzazioni o
      gruppi più conflittuali o con propensioni antagonistiche; nel contempo, esse sovente comportano fratture e tensioni fra e dentro le centrali sindacali, che possono essere di merito ma anche in relazione al volume e dalle modalità della mobilitazione; il clima e il linguaggio della piazza finiscono per arrivare non di rado agli ambienti di lavoro e ciò evidentemente non favorisce convergenze e negoziati fra le parti; le manifestazioni,
      infine, non portano spesso a risultati concreti, hanno funzioni dimostrative o latenti più che negoziali.
      Queste conseguenze, specie l’ultima ci portano fuori dal terreno della rappresentanza sindacale e delle relazioni industriali. Le organizzazioni e le persone più consapevoli e coerenti dovrebbero iniziare un ritorno attualizzato alla sobrietà sindacale, alla
      difesa dei confini delle relazioni di lavoro, che può sussistere anche con il rilievo di rapporti con le istituzioni, con i partiti, con altri gruppi.