“Commenti&Analisi” Fondi pensione «poveri» senza il Tfr – G.Cazzola

09/06/2003



        Lunedí 09 Giugno 2003
        Previdenza
        Fondi pensione «poveri» senza il Tfr

        Previdenza – Perché l’apporto di 13 mld di € delle liquidazioni può dare impulso al secondo pilastro – I risultati delle stime al 2050
        DI GIULIANO CAZZOLA

        Anche la previdenza privata a capitalizzazione conosce il precetto biblico: riceverete quanto avete dato. Così le stime (da ultimo, il Rapporto Covip) calcolano che, per ricevere da un fondo, al momento del ritiro dal lavoro, una pensione pari all’incirca al 16-17% dell’ultimo reddito, è necessario contribuire al finanziamento della propria posizione individuale – per almeno 35 anni – con apporti dell’ordine del 9,25% del reddito.
        A questa aliquota si arriva aggiungendo all’accantonamento del 6,91%, riguardante il trattamento di fine rapporto (Tfr) i normali contributi aggiuntivi (nella misura stabilita dagli accordi istitutivi) ripartiti tra datore e lavoratore. L’apporto del Tfr. La prestazione del "secondo pilastro" (si vedano le tabelle a fianco) consente di riequilibrare parzialmente, nei prossimi decenni, la minore copertura assicurata dal regime obbligatorio per effetto delle riforme. In sostanza, la somma dei tassi di sostituzione (quello pubblico del 48,1% e quello privato del 16,7%) garantirebbe un risultato complessivo non troppo al di sotto di quello assicurato attualmente dal solo regime pubblico.
        Nel caso dei lavoratori dipendenti, questo esito è determinato in prevalenza dall’apporto del Tfr.
        A fine periodo, infatti, la quota di copertura derivante dal versamento della liquidazione sarà almeno il triplo di quella prodotta dai contributi aggiuntivi (rispettivamente il 12,5% contro il 4,2% dell’ultima retribuzione). È vero che la Covip, nel rapporto, sostiene che «mantenendo il Tfr in azienda i lavoratori otterrebbero comunque un tasso di sostituzione significativo; il risultato aggiuntivo realizzato tramite il conferimento ai fondi pensione deriva – prosegue la commissione – dal più elevato rendimento ipotizzato ed è quindi ovviamente legato all’effettivo andamento dei mercati».
        La proposta: il Tfr ai fondi.
        La missione del Tfr sembra essere, in generale, quella di finanziare la previdenza complementare.
        La somma di 12-13 miliardi di euro (a tanto ammonta il giro di risorse dell’accantonamento annuo) può divenire la "massa critica" di una previdenza privata che stenta e decollare (non si dimentichi l’altra faccia della medaglia dei fondi pensione: dotare i mercati finanziari di investitori istituzionali robusti e interessati a investimenti di lungo periodo). Ma è provato: il Tfr non esce facilmente dalle aziende, la cui resistenza a dismettere una fonte di autofinanziamento vantaggiosa è del tutto comprensibile. Anche i lavoratori, però, non sono molto propensi a privarsi di un istituto che serve ad accumulare un gruzzolo da usare in particolari momenti della vita (acquisto della casa e spese mediche). Non a caso, dunque, la pretesa del Governo di introdurre, nella delega, una norma di conferimento obbligatorio del trattamento di fine rapporto alle varie forme di previdenza complementare sta incontrando molte difficoltà, tanto che si annuncia una probabile correzione sotto la forma del silenzio-assenso.
        Gli ostacoli da superare. C’è un altro elemento che, nei fatti, è di ostacolo alla destinazione del Tfr ai fondi. La legge garantisce agli accantonamenti annui un rendimento assolutamente competitivo rispetto a quello che le società di gestione potrebbero spuntare – con regolarità e continuità – sui mercati finanziari. Così, la competizione con il Tfr si trasforma, per le forme di previdenza integrativa, in un complesso di inferiorità che ne frustra i propositi di sviluppo e rende sleale la concorrenza di un istituto retributivo il cui rendimento è calcolato a tavolino, in applicazione di una norma di legge.
        Ma c’è di più. Se si osserva la tabella sui rendimenti, si nota che i criteri di rivalutazione del tfr (75% dell’inflazione più un punto e mezzo) furono individuati in un’epoca di alta inflazione, allo scopo di evitare una perdita del potere d’acquisto della prestazione.
        La formula del rendimento venne studiata (la sequenza storica è assai eloquente) con il proposito di rendere neutrale la rivalutazione nominale del Tfr a fronte di un costo della vita del 6% (si osservi il dato del 1990-1991).
        Il crollo del tasso di inflazione ha comportato un "arricchimento indebito" della liquidazione. Niente giustifica più questa "rendita di posizione". Sarebbe quindi il caso di immaginare – in occasione del negoziato con le parti sociali che porterà quasi certamente al superamento del conferimento obbligatorio del Tfr – una revisione dei criteri di rendimento degli accantonamenti futuri, limitandone il valore ex nunc al solo costo della vita in termini nominali. Ciò consentirebbe alle imprese di risparmiare mediamente un punto percentuale sugli accrediti futuri di quanti sceglieranno di non aderire ai fondi pensione (un risparmio che può tornare utile nell’ambito del negoziato complessivo), mentre il Tfr risulterebbe meno conveniente di oggi rispetto ai trend dei mercati finanziari.