“Commenti&Analisi” Fondi pensione, occorre rendere più certi rendimenti e potere d’acquisto – di B.Mangiatordi

11/04/2003

ItaliaOggi (Pubblica Amministrazione)
Numero
086, pag. 32 del 11/4/2003
di Bruno Mangiatordi*

*Commissario Covip


Come ridurre l’esposizione al rischio alla luce delle esperienze internazionali.

Fondi pensione, occorre rendere più certi rendimenti e potere d’acquisto

È di qualche giorno fa la notizia che la società di brokeraggio americana Charles Schwab ha sospeso l’erogazione dei versamenti ai piani pensionistici 401(k) a contribuzione definita da essa offerti ai propri dipendenti. Il nome della Schwab, che fino al recente passato è stata una delle maggiori sostenitrici dei piani 401(k), si aggiunge a una lista ormai lunga di società statunitensi (tra le quali Goodyear, Tech Data, Ford motor, DaimlerChrysler) che hanno ridotto, sospeso, o addirittura revocato la propria contribuzione ai piani 401(k). Il fenomeno è spiegabile alla luce dell’esigenza delle aziende, in una fase critica della loro operatività, di tagliare i costi, riducendo l’ammontare dei benefit offerti ai dipendenti; sarebbe perciò azzardato affermare che esso rappresenti un segnale definitivo dell’abbandono della strategia seguita da moltissimi datori di lavoro negli Stati Uniti di offrire in alternativa o in aggiunta ai tradizionali piani pensionistici a beneficio definito i meno onerosi piani 401(k) a contribuzione definita. È vero però che il quadro è tutt’altro che rassicurante: i piani 401(k) hanno subito negli ultimi anni, nel quadro della complessiva flessione dei corsi dei mercati azionari, una contrazione nel valore del patrimonio, amplificata dalla forte incidenza della componente azionaria. In taluni casi (Enron e WorldCom), la contrazione è stata di dimensioni drammatiche a causa dell’eccessivo peso delle azioni dell’azienda sponsor nei portafogli dei piani.

La previdenza privata statunitense sta, peraltro, sperimentando difficoltà inedite anche nell’ambito dei fondi pensione a beneficio definito che registrano un deficit valutato in 243 miliardi di dollari nel 2002: in definitiva, solo l’80% degli impegni previdenziali assunti nei confronti degli iscritti risulterebbe coperto dagli asset dei fondi pensione.

Nel Regno Unito, dove è prevalentemente in uso il modello a prestazione definita, l’entità dell’underfunding dei fondi ancorati a questo metodo di calcolo della prestazione ha assunto proporzioni rilevanti: il deficit dei fondi pensione britannici nel 2002 è stato stimato in 65 miliardi di sterline e, secondo alcuni, potrebbe salire a 85 miliardi di sterline nel 2003.

Anche nel caso inglese lo squilibrio nasce dall’eccessivo sbilanciamento dei fondi pensionistici verso l’investimento azionario che rappresentava alla fine del 2001 circa il 70% del valore complessivo degli asset dei fondi pensione, percentuale che si è drasticamente ridotta nel corso dell’ultimo anno a seguito della riallocazione dei portafogli dei fondi. Le imprese inglesi, al fine di ridurre la propria esposizione finanziaria nel lungo periodo, stanno bloccando l’estensione ai nuovi assunti dei fondi a beneficio definito, orientandosi ad offrire loro piani a contribuzione definita. Di qui nascono le proposte del governo inglese (contenute nel cosiddetto Libro Verde del dicembre 2002) miranti a rendere meno costosi per le aziende i fondi pensione a beneficio definito.

I lavoratori dipendenti italiani, rispetto ai loro omologhi anglosassoni, hanno una copertura previdenziale integrativa ancora limitata: infatti, mentre negli Stati Uniti e in Gran Bretagna la percentuale degli iscritti a forme di previdenza complementare rispetto alla forza lavoro si aggira intorno al 50%, in Italia il tasso di copertura è pari al 10% circa. Tuttavia, la struttura della previdenza complementare per il lavoro dipendente nel nostro paese è esclusivamente basata su fondi pensione a contribuzione definita e pone il rischio finanziario derivante dall’investimento previdenziale a totale carico degli iscritti.

Vale la pena sottolineare che nel corso degli ultimi tre anni i fondi pensione negoziali hanno offerto in media un rendimento negativo pari allo 0,5%, mentre il rendimento dei fondi aperti è stato in media pari al -15,6%. Per contro, il tasso di rivalutazione del tfr è stato del 10,6%. La circostanza che i rendimenti dei fondi pensione siano stati nel periodo citato inferiori a quelli offerti dal tfr rappresenta un elemento da tenere al centro della riflessione sullo sviluppo della previdenza complementare nel nostro paese.

Si può osservare come, tanto nel caso italiano che in quelli americano e britannico, sia cruciale la definizione di modelli di gestione del patrimonio dei fondi pensione in grado di assicurare la stabilità del sistema e livelli di copertura previdenziale adeguati. Ovviamente, un primo livello di attenzione è quello relativo alla diversificazione del portafoglio, prevenendo la concentrazione del rischio. Nel caso italiano, tale obiettivo è stato perseguito efficacemente dalla maggioranza dei fondi pensione negoziali e, nel quadro delle linee di investimento bilanciate, dei fondi aperti, dove l’esposizione azionaria è stata assai contenuta rispetto a quella registratasi nei paesi anglosassoni.

Peraltro, i fondi negoziali, adottando il modello del monocomparto, hanno perseguito una gestione di portafoglio disegnata sugli interessi dell’iscritto medio e perciò non necessariamente corrispondente agli interessi di una assai diversificata platea di iscritti. Il passaggio alla gestione multicomparto dovrebbe consentire ai fondi pensione di dare maggiore rilievo alle caratteristiche anagrafiche, reddituali e di propensione al rischio degli aderenti

Tali interventi, volti a incrementare le opzioni a disposizione degli aderenti, non sono tuttavia di per sé sufficienti a dare una risposta al problema di fondo della salvaguardia nel tempo del valore reale degli asset dei fondi pensione.

Al riguardo, si pone la necessità di individuare strategie gestionali che mirino a rendere il meno possibile incerti capitale e rendimenti nella fase di accumulo e a mantenere il potere di acquisto della pensione nella fase di erogazione, senza che il perseguimento di tali obiettivi comporti gravosi costi a carico degli iscritti.

Nella prassi internazionale, i fondi pensione, per limitare i rischi derivanti dall’andamento dei mercati e dell’inflazione, si stanno orientando a investire parte del proprio patrimonio in titoli governativi indicizzati all’andamento dell’inflazione (cosiddetti Inflation indexed bond) che conservano nel tempo il valore reale degli asset. Peraltro, il volume delle emissioni di tali titoli raggiunge al momento livelli significativi soltanto nei paesi (Stati Uniti e Regno Unito) dove l’industria dei fondi pensione è più sviluppata.

In Italia l’obiettivo di ridurre l’esposizione al rischio è perseguito dai fondi pensione essenzialmente attraverso tecniche di monitoraggio che confrontano i risultati di gestione dei portafogli previdenziali rispetto a quelli di un parametro oggettivo di riferimento (benchmark). Tale approccio ha l’indubbio vantaggio di consentire una verifica delle performance in un modello di gestione delegata. E, tuttavia, è ragionevole ipotizzare che la sostenibilità degli obiettivi dei fondi pensione nel lungo periodo sarebbe meglio verificabile qualora fossero introdotte forme di controllo del rischio mirate puntualmente ad accertare la effettività della promessa previdenziale.