“Commenti&Analisi” Fondi e conflitti (M.Mucchetti)

21/10/2004

            giovedì 21 ottobre 2004

            PREVIDENZA E RIFORME
            Fondi e conflitti
            La svolta dei fondi pensione e i conflitti d’interesse

            di MASSIMO MUCCHETTI

            Il governo intende accelerare i decreti per l’attuazione della legge delega che promuove i fondi pensione. Sarà un’innovazione molto importante, che avvicina l’Italia ai Paesi anglosassoni. Ma sarà anche bene evitare ogni trionfalismo: non foss’altro perché, finora, i più accesi sostenitori dei fondi pensione non sono stati tanto i futuri beneficiari quanto le società (banche e assicurazioni) destinate, dietro compenso, ad organizzarli e i grandi gruppi nei cui titoli le risorse raccolte verranno investite.

            Per cominciare, dal punto di vista dei lavoratori, non è possibile misurare l’interesse a sottoscrivere le quote dei fondi pensione fino a quando non saranno definiti i benefici fiscali che dovrebbero rendere preferibile questa destinazione del risparmio rispetto ad altre. Certo è che la convenienza di trasferirvi i futuri accantonamenti al trattamento di fine rapporto, come suggerisce il governo, non pare un articolo di fede. E’ stato lo stesso presidente della Covip, l’Autorità garante del settore, Luigi Scimìa, a spiegare come, negli ultimi cinque anni, il rendimento lordo cumulato del Tfr, pari al 17,9%, sia stato superiore a quello dei fondi pensione esistenti che oscilla tra il 5 e il 17,5%.
            Naturalmente, a lungo termine è possibile che i fondi pensione, grazie all’investimento azionario, rendano qualcosa in più. Nell’arco di un secolo le azioni americane hanno reso tra il 6 e l’8% in più rispetto ai bond del Tesoro, anche se altrettanto non si può dire di quelle italiane. Ma come diceva Keynes, a lungo termine siamo tutti morti. E la pensione serve quando arriva l’età del ritiro, e non dopo perché bisogna aspettare la ripresa dei mercati. Ragion per cui la clausola del silenzio-assenso in base alla quale, secondo la legge delega, il Tfr passa automaticamente al fondo pensione in mancanza di comunicazioni contrarie sembra una soluzione poco liberale. Il Tfr rappresenta un salario differito sicuro, garantito dall’Inps in caso di fallimento. Cambiarne la destinazione verso impegni comunque più rischiosi dovrebbe essere una scelta fatta in positivo senza alcun automatismo, come dire?, spontaneo. E’ più facile, invece, farsi un’idea dell’impatto che i fondi pensione potranno avere sull’economia. Secondo le stime correnti, circa la metà del flusso annuale del Tfr, e cioè circa 7 miliardi, sarà destinato ai fondi pensione. Si tratta di risorse che, al momento, vengono fatalmente investite nell’economia reale. La legge delega stabilisce che le imprese, se private di questo prestito da parte dei loro dipendenti, vengano compensate attraverso il credito agevolato con integrazione degli interessi a carico del governo nella misura del 3-4% sulla quota di Tfr concretamente trasferita. Se le agevolazioni fiscali saranno attraenti (il ministero dell’Economia sta facendo i conti di quanto ciò costerà all’Erario), i nuovi fondi pensione potranno rastrellare in 10 anni ben di più dei 70-80 miliardi che al momento si prevedono attraverso la manovra sul Tfr. Benché non sia paragonabile all’enorme deflusso di risparmio dai titoli di Stato alle azioni e ai fondi comuni degli anni Novanta, si tratta pur sempre di una somma molto importante, che si aggiunge ai 37 miliardi già amministrati dai fondi pensione esistenti. Una somma più che sufficiente per esigere risposte adeguate a tre questioni di fondo: chi e come la gestirà; chi controllerà i gestori; quali saranno gli oggetti dell’investimento delle risorse.

            L’Italia non ha una classe di gestori indipendenti di fondi pensione. In compenso, come osserva Mediobanca, ha i fondi comuni di investimento più costosi d’Europa. Da noi i gestori del risparmio sono quasi tutti legati a banche e assicurazioni, che hanno già corposi interessi nell’emissione e nel collocamento di titoli e nella gestione di imponenti portafogli. C’è un conflitto d’interessi evidente, e forse inevitabile nell’infanzia dei fondi pensione. Un sistema bancario che ha riempito di Cirio e di Parmalat i propri clienti è forse più credibile se, invece delle gestioni patrimoniali, si trova ad amministrare fondi pensione? Un sistema assicurativo che spesso carica sull’assicurato nei primi tre anni il costo di acquisizione di una polizza individuale previdenziale, legando così a sé il poverino con un handicap che ne impedirà la fuga, dà migliori garanzie? Con questo non diciamo che i fondi pensione non si possano fare bene avendo alle spalle il mondo finanziario italiano e non quello anglosassone. Diciamo che bisogna stare attenti. Anche perché, come dimostrano le recenti indagini del giudice di New York, Eliot Spitzer, su broker e compagnie, perfino nell’America postmoderna e puritana i furbi dilagano.


            Stare attenti significa definire in modo serio, prudente, trasparente e verificabile i criteri d’investimento e dotare di efficaci poteri d’intervento l’Autorità di Garanzia, poco importa se sia ancora la Covip o una più generale. Oggi, per esempio, a differenza dell’epoca precedente al 1993, i fondi pensione non possono acquistare direttamente immobili ma devono limitarsi a quote di fondi immobiliari o ad azioni di società immobiliari. Devono cioè pagare un margine a chi di dovere. E perché mai? Sempre oggi la Covip non può impedire a un fondo pensione di acquisire obbligazioni senza rating. Può solo sconsigliare. Un po’ poco. Ma il punto cruciale sarà la destinazione delle risorse. Dopo i loro primi 10 anni, i fondi pensione negoziali (a presenza sindacale) e aperti (senza sindacati) hanno investito rispettivamente il 22,1 e il 26,9% delle risorse in azioni e il 71,8 e il 30,1 in obbligazioni. I fondi aperti, in compenso hanno scommesso molto, il 35%, su quote di fondi comuni, anche immobiliari. Nel complesso, i titoli di Stato italiani rappresentano il 48% dell’investimento obbligazionario. Ma la Covip non è in grado di dire quante siano né le azioni né le obbligazioni emesse da società italiane sottoscritte dai fondi pensione. Certo è che non sono molte ed è verosimile che vengano da un ristretto numero di società quotate, la punta dell’iceberg dell’economia reale. In ogni caso, difficilmente le partecipazioni azionarie saranno stabili perché i fondi pensione dovranno ogni giorno salvaguardare un certo grado di liquidabilità del portafoglio per poter onorare i propri impegni verso i pensionati.


            Morale: questi fondi serviranno a dare una pensione integrativa ai giovani, e questo è bene, pur sapendo che nemmeno i fondi potranno garantire pensioni ricche ai giovani poveri; i flussi di investimento azionario dei fondi pensione in Italia offriranno una risorsa aggiuntiva non trascurabile e crescente, e starà alle aziende che formano il corpo sommerso dell’iceberg darsi la struttura per intercettarli onde evitare che tutto si risolva in un affare dei soliti noti.