“Commenti&Analisi” Fondi complementari, concorrenza tra prodotti (G.Cammarano)

06/11/2003


      Giovedí 06 Novembre 2003

      COMMENTI E INCHIESTE


      Fondi complementari, concorrenza tra prodotti


      di GUIDO CAMMARANO*
      *Presidente Assogestioni

      Il timore che la discussione attuale sulla riforma della previdenza obbligatoria, così come configurata dalla proposta di riforma del sistema, rischi di offuscare l’analisi per la costruzione di un vero e proprio secondo pilastro delle pensioni integrativo è condivisibile. Nessuno può dubitare dell’importanza di un sistema previdenziale integrativo efficiente o tirarsi indietro dal contribuire alla sua costruzione. E infatti i ministri del l’economia e del lavoro, le autorità di vigilanza, i rappresentanti delle istituzioni sindacali, imprenditoriali e finanziarie stanno da mesi interrogandosi sul come migliorare la proposta di legge di riforma del sistema previdenziale obbligatorio e complementare e farla, finalmente, uscire dallo stallo in cui si trova.
      Tuttavia, quello finora intrapreso è un compito che si scontra con il peccato originale del nostro sistema previdenziale complementare. Esso, come è noto, ha avuto una genesi travagliata: basti pensare che dal 1993, cioè dall’emanazione del decreto legislativo che regola la materia, non è praticamente passato anno senza che una novella, anche profonda, non intervenisse a mutare equilibri ancora da assestare, talvolta solo per estendere riserve di attività in materia. Ne è sicuramente derivata una confusione nei rapporti fra secondo e terzo pilastro, che sono per alcuni versi simili ope legis ma per altri profili chiaramente divergenti nella realtà dei fatti, come dimostrano esperienze estere che vantano una lunga ed efficiente tradizione di previdenza complementare. Proprio per questo oggi non si deve abdicare alle possibilità di perfezionamento o disconoscere il merito della legge delega; essa appare animata da una encomiabile volontà sistemica di ampio respiro, anche per quanto riguarda una più precisa configurazione del secondo e del terzo pilastro previdenziali. Il bisogno di protezione e garanzia dell’investimento in forme generali di tipo collettivo – essenziali e caratterizzanti la previdenza integrativa di un lavoratore di fascia reddituale media o medio-bassa – è compatibile rispetto alla domanda di gestione previdenziale personalizzata di un appartenente a fasce di reddito superiore. Tutti condividono il fatto che il negozio sotto casa ha uno spazio efficiente di mercato in quanto, diversamente dal grande supermercato, offre al cliente un servizio specializzato. Ma ciò vale anche per l’opzione finanziaria individuale (anziché collettiva) nel campo della previdenza complementare? La risposta è affermativa solo per una ristretta fascia di popolazione ad alto reddito, che è in grado di investire in previdenza un ammontare di risorse così ingente da spingere gli offerenti a confezionare un abito su misura di "alta sartoria", per ciò stesso costoso. In tutti gli altri casi, che coinvolgono almeno l’80% dei lavoratori autonomi e dipendenti, la supposta scelta individuale si traduce nell’acquisto di un abito standardizzato e, spesso, non della "giusta misura". Al contrario, grazie anche al multicomparto, la scelta collettiva estende ai lavoratori a reddito medio e basso la possibilità di raggiungere una massa critica – insieme – tale da spingere gli offerenti a confezionare una linea di "prêt-à-porter", che non eguaglierà forse la qualità dell’abito di sartoria ma che sarà certo migliore dell’abito standardizzato. La delega si muove in questo senso, con una risposta chiara, che non vuol dire univoca e monolitica, ma adeguata alle esigenze di ognuno: essa infatti, per la prima volta, dà al lavoratore i mezzi per scegliere, in concreto e senza trappole nascoste o condizioni occulte. In tema di scelte si deve però avere presente che i mercati finanziari, che rappresentano una delle arene dove operano le forme previdenziali, soffrono di imperfezioni così gravi da avere un’alta probabilità di "fallimento". Questo paradosso, noto agli studiosi di economia da almeno vent’anni, deriva dal fatto che il prodotto finanziario è complesso e che l’informazione non può essere uniformemente distribuita. Pertanto, un’appropriata dose di regolamentazione prescrittiva può minimizzare la probabilità di fallimento del mercato, purché non si trasformi in un fattore di distorsione. L’apertura alla concorrenza fra forme ad adesione collettiva, per i lavoratori con fasce di reddito medio e medio-bassa, e la concorrenza fra forme ad adesione individuale per la restante popolazione ad alto reddito appare essere una configurazione di mercato appropriata.
      Una volta correttamente tracciata la strada dalla legge, poi, è giusto che sia il mercato a far emergere il differente profilo di adattabilità alle esigenze e al target di ciascun singolo aderente; in questa chiave, l’orientamento di lasciare al mercato l’opera di selezione del bacino d’utenza di riferimento è quindi condivisibile e verificato nei fatti.
      Una nota conclusiva: per realizzare quell’auspicato mercato concorrenziale, ritengo sia necessario che tutte le regole per l’offerta dei prodotti previdenziali di secondo pilastro siano strutturate solamente in accordo alle finalità e gli indirizzi propri di ciascun prodotto, senza che l’identità del soggetto o dell’intermediario proponente possa essere fatta prevalere e costituire un valido motivo per invocare l’applicazione di regole comportamentali diverse. La comparabilità e la omogeneità fra le posizioni degli operatori nel mercato della previdenza integrativa sono presupposti irrinunciabili per garantire la comprensibilità e la completezza della informazione al pubblico e, quindi, fornire in concreto quel grado di libertà nella scelta di cui spesso ci si fa paladini, talvolta solo nelle intenzioni. Questo è il compito che il legislatore vuole attribuire agli operatori ed è qui che si vedrà davvero l’efficienza dei soggetti coinvolti.