“Commenti&Analisi” Flessibili, non precari (N.Rossi)

24/11/2005
    giovedì 24 novenbre 2005

    Pagina 1 e 27- Commenti

    Legge 30: flessibili non precari

    Nicola Rossi

      Migliorare, superare, abrogare. L’oggetto, come molti avranno intuito, è la legge 30 (o legge Biagi che dir si voglia). Che possa e debba essere migliorata ci sono, francamente, pochi dubbi. Per liberarla dalle tante incrostazioni ideologiche che la segnano e per avvicinarla alla realtà del nostro mercato del lavoro. Una realtà che non ha né compreso né accettato la moltiplicazione delle forme contrattuali e l’idea di una flessibilità à la carte che le stesse imprese hanno mostrato di considerare come un inutile esercizio accademico.

        Così come ci sono pochi dubbi che la legge 30 possa essere utilmente superata soprattutto in quello che è il suo limite di fondo e cioè nell’idea che si possa dare il caso di una «flessibilità in un solo mercato». La precarietà di cui cominciano ad essere evidenti (e difficilmente sostenibili) le conseguenze sociali è, infatti, anche se non soprattutto la conseguenza di questa scelta. È frutto del tentativo di concentrare sul solo mercato del lavoro buona parte se non tutta la flessibilità di cui non può non disporre, in questa fase storica, l’economia italiana. Molto ridotta è ancora, infatti, la flessibilità prevalente in larghi settori del mercato dei prodotti e, in particolare, dei servizi privati. Così come molto ridotta è la flessibilità che caratterizza settori molto ampi dei servizi pubblici.

          Sul primo versante, il comparto dei servizi professionali e quello dell’energia sono forse gli esempi più evidenti di rigidità nei rapporti con le imprese. Rigidità direttamente conseguenti alla struttura ancora meno aperta e concorrenziale di quanto sarebbe necessario di quei mercati.

          Come peraltro accade anche in altri comparti come i servizi creditizi ed assicurativi e i trasporti. Sul secondo versante – quello dei servizi pubblici – il funzionamento delle pubbliche amministrazioni, quello delle aziende (ancora largamente in mano pubblica) dei servizi pubblici locali e le stesse carenze del nostro stato sociale (a partire dalla rete di ammortizzatori sociali per proseguire con i servizi all’impiego e della formazione professionale per finire con un sistema previdenziale che non dispone della flessibilità necessaria per assicurare contro la vecchiaia le carriere discontinue) sono anch’essi causa non trascurabile dei ridotti margini di manovra all’interno dei quali si muovono le nostre imprese.

          Non sorprende, quindi, che – stretto nella morsa fra la durezza della competizione internazionale e la rigidità di parti importanti della nostra economia – il sistema produttivo finisca per scaricare tutte le sue «richieste» di flessibilità sul mercato del lavoro e quindi, inevitabilmente, sulle sue componenti più deboli: i giovani e le donne. Com’è ovvio, ciò appare inaccettabile soprattutto a coloro i quali pensano che la stagione di crescita di cui il Paese ha urgentemente bisogno non possa che avvenire nell’equità.

            Superare la legge 30 significa dunque anche distribuire equamente la flessibilità, di cui abbiamo bisogno per crescere nel contesto in cui ci troviamo, su tutti i comparti della nostra economia e su tutti i segmenti della nostra società a partire da quelli che hanno trovato nelle loro rigidità le fonti di significative rendite di posizione. Miglioriamo, dunque, e superiamo la legge 30 nel senso appena detto e nei tempi molto stretti di cui dispone il Paese e arriveremo presto alla conclusione che non ci sarà bisogno di passare per la sua abrogazione.