“Commenti&Analisi” Flessibili è un errore (P.Leon)

25/11/2005
    venerdì 25 novembre 2005

    Prima pagina e pagina 27

    Legge 30: No, flessibili è un errore

      Paolo Leon

        Quando si chiuderà la parentesi del governo di destra, non si potrà tornare direttamente alle politiche del centrosinistra. La cesura prodotta è stata troppo profonda, e per capire il problema guardo alle politiche del lavoro. Torniamo all’accordo tra parti sociali e governo del 1993, e sfogliamo il contenuto del cosiddetto “pacchetto Treu”. All’epoca, si pensò che in presenza di una crescita modesta, dovuta sia ad una valuta forte, come avrebbe dovuto essere l’Euro, sia al freno imposto alla spesa pubblica, la situazione sociale non sarebbe peggiorata.

          La situazione sociale – si pensava – non sarebbe peggiorata se fosse stato possibile aumentare l’occupazione più che in proporzione alla crescita.
          A questo scopo, si iniziò a ridurre la severità delle regole sul mercato del lavoro, si ampliò la possibilità di ricorrere al part time e diventò pratica generalizzata l’assunzione a tempo determinato, anche per qualificazioni elevate (i dirigenti, ad esempio). Non si regolarono i contratti di cococo, ma si introdussero, per la prima volta, gli oneri sociali. Il pacchetto Treu funzionò: l’occupazione da allora non ha cessato di aumentare, e oggi l’Italia ha un tasso di disoccupazione tra i più bassi dei grandi paesi europei. Il successo ha, però, dato alla testa a politici ed esegeti, che hanno razionalizzato l’accaduto, sostenendo che la vera ragione del cambiamento delle regole stava in un profondo cambiamento sociale e tecnologico: non esisteva più l’operaio-massa, ma ciascun lavoratore era un’isola di competenza e di qualificazione, i suoi bisogni non potevano che differenziarsi da quelli degli altri lavoratori, il lavoro non era più “dipendente”, e ciascuno desiderava un’occupazione più flessibile. Inoltre, poiché l’occupazione aumentava anche con bassa crescita, politici ed esegeti ne derivarono una conseguenza alla Blair-Giddens: la disoccupazione non è mai del tutto involontaria, perché se si cerca bene, il lavoro si trova.

            Tuttavia, è ormai chiaro che quell’occupazione era tanta, ma non necessariamente “buona”. Questo fatto era così palese che già a Lisbona, nel 2000, si affermò che era necessaria una piena e buona occupazione – ché se l’occupazione fosse stata piena, ma non buona, i governi avrebbero dovuto intervenire. Basta guardare ai fatti italiani. Con l’aumento dell’occupazione, la quota del salario nel reddito nazionale ha continuato a diminuire. L’aumento del part time è una buona cosa per i redditi della famiglia, ma non lo è per una buona occupazione; poiché il part time è, in primo luogo, femminile, il nuovo contratto rende possibile il doppio lavoro (impiego e cura della famiglia) realizzando una discriminazione di genere corredata da una forma acuta di sfruttamento. Inoltre, proprio questa forma ostacola la carriera (gerarchica, professionale, salariale) delle donne e perpetua la discriminazione di genere. In quel periodo si generalizza anche il contratto a tempo determinato: ciò crea un’incertezza di fondo per il lavoratore, che è tanto maggiore quanto più elevata è la sua età. Il contratto cococo è forse quello più gravato da incertezza, perché non c’è garanzia sul contenuto lavorativo, sulla qualifica, sulla stabilità del posto di lavoro. Il lavoro temporaneo, introdotto nello stesso periodo, risponde ad esigenze cicliche delle imprese, ma salvo per professionalità molto particolari, crea di nuovo incertezza nel lavoratore. All’epoca, poiché era evidente l’aumento di incertezza dovuto alla maggiore flessibilità del contratto di lavoro, si pensò che fosse necessario ridurla rafforzando molto i cosiddetti ammortizzatori sociali, ovvero sia il sussidio di disoccupazione, sia la continuità dei contributi per la previdenza – ma non se ne fece nulla, per mancanza di fondi. La legge Biagi non solo estremizza le innovazioni del “pacchetto Treu”, nel senso che ha accresciuto ancora l’incertezza del lavoratore senza peraltro far nulla dal lato degli ammortizzatori, ma frammenta i contratti di lavoro per farli aderire il più strettamente possibile alle esigenze aziendali. Il lavoro a progetto risponde alla flessibilità dell’azienda, ma per il lavoratore è meno certo di un lavoro a termine e non implica alcun reale progetto. Il lavoro in affitto è temporaneo sia per l’impresa che lo chiede sia per l’impresa (il mediatore) che lo offre, ed è ovviamente incerto per il lavoratore. Il lavoro intermittente è, per sua natura, incerto – salvo nel caso, già previsto da decenni, di un’intermittenza inevitabile (come il maltempo nel contratto degli edili). Se si guarda con attenzione all’interno della frammentazione contrattuale, si capisce che con la Legge Biagi il lavoro è misurato in termini di tempo: e se la domanda non è di lavoro, ma di tempo di lavoro, è proprio l’operaio-massa (e l’impiegato-massa) che viene richiesto.

              Le imprese sostengono che il lavoratore-massa non esiste più, ma lo vogliono trattare come se esistesse, perché costa meno; ma se costa meno, vale anche meno: se i contratti guardano al tempo di lavoro, anziché alla sua qualità, è inevitabile che finiranno per compromettere la stessa competitività delle imprese.

                Mi sembra, allora, necessario riprogettare il lavoro e i suoi contratti. È possibile che alcune parti della Legge Biagi incontrino delle esigenze reali – e penso al periodo di prova, oggi troppo corto per poter realmente sviluppare le potenzialità del lavoratore. Ma è la filosofia di fondo che è sbagliata. Non si può scambiare un’opportunità di lavoro per alcuni con un aumento dell’incertezza per tutti: l’incertezza è un costo drammatico per l’economia nel suo complesso, perché fa crescere l’avversione al rischio, induce alla prudenza, premia l’omissione, frustra l’imprenditore, accorcia la prospettiva degli operatori.

                  È perciò giunto il momento di disaccoppiare – come si dice – la flessibilità dagli ammortizzatori sociali. Sia perché non esistono ammortizzatori che conservino le opportunità di carriera, di sviluppo professionale, di dignità personale, sia perché il loro costo supera ogni realistica previsione sulla disponibilità nei bilanci pubblici. Così, non credo che questa flessibilità sia strutturale, e penso che quando Fassino ne ha parlato, si riferisse ad una nuova, diversa e certamente minore flessibilità.

                    Se, infatti, dovessimo considerare che il lavoro flessibile è strutturale, nelle forme che oggi conosciamo, allora occorrerebbe cambiare anche la prima parte della Costituzione.

                      La repubblica è fondata sul lavoro, non sul tempo di lavoro, né sul lavoro flessibile. È evidente che tanto più è flessibile il lavoro, tanto minore è la forza contrattuale del sindacato: ed anche il sindacato è nella Costituzione.