“Commenti&Analisi” Fiom, ovvero declinare crescendo (E.Marro)

05/05/2004

Lunedì 3 maggio 2004

METALMECCANICI
La «quarta confederazione» al bivio tra scelta massimalista e riformista. Dal 3 al 5 giugno il congresso

Fiom, ovvero declinare crescendo
Con Trentin fu protagonista di unità, oggi di divisione.
Non è più prima ma seconda dopo la funzione pubblica

      La «quarta confederazione» è al bivio: deve scegliere se portare fino in fondo l’attacco al leader della Cgil, Guglielmo Epifani, o se rientrare nei ranghi dell’organizzazione. La «quarta confederazione» è la Fiom, il sindacato dei metalmeccanici, ancora decisivo per gli equilibri di potere nella Cgil anche se i tempi d’oro della sua forza sono passati da un pezzo. La Fiom si è guadagnata questo appellativo per la sua linea conflittuale e movimentista adottata da alcuni anni, già sotto la guida di Claudio Sabattini (segretario dal 1994 al 2002), al punto che, secondo molti osservatori, si configura di fatto come un sindacato a sé, che si colloca a sinistra, fra la stessa Cgil e i Cobas. E che emblematicamente è evocato da una recente foto del segretario della Fiom, Gianni Rinaldini, che a Melfi parla davanti ai presidi degli operai della Fiat in sciopero tenendo in mano un megafono che gli è stato passato dai lavoratori Cobas.

      E pensare che l’immagine della «quarta confederazione» era già corsa nei primi Anni Settanta, ma in un contesto che vedeva la Fiom inseguire un obiettivo opposto a quello attuale. Allora, sotto la guida di Bruno Trentin, i metalmeccanici Cgil erano protagonisti dell’unità con le tute blu della Cisl (Film) e della Uil (Uilm), dirette rispettivamente da Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto. Un’unità che sfociò nella costituzione della Flm, federazione lavoratori metalmeccanici, un’organizzazione potentissima, accanto (anche se integrata) alle tre tradizionali confederazioni. Oggi la Fiom prosegue invece su una linea solitaria che da anni la vede in conflitto permanente con Fim e Uilm e ora con gli sforzi di Epifani di riannodare le fila del dialogo con Cisl e Uil, dopo la rottura consumatasi nel 2001 sul Patto per l’Italia.

      Nel 2003 la Fiom ha dichiarato 367 mila iscritti. Ancora fortissima nelle regioni «rosse», in Lombardia e nelle grandi fabbriche, da qualche anno non è più la prima, ma la seconda categoria della Cgil, superata dalla Funzione pubblica. E pur avendo registrato una crescita negli ultimi anni non ha più riconquistato le vette di trent’anni fa, quando associava circa 450 mila lavoratori. Un calo che ha colpito anche gli altri sindacati dei metalmeccanici e al quale ha concorso la trasformazione dell’apparato produttivo, con la diminuzione del peso dell’industria manifatturiera e della grande azienda. Ma che non ha intaccato l’orgoglio della Fiom, Federazione impiegati operai metallurgici, fondata nel 1901 a Livorno. Il primo sindacato industriale italiano, che ha espresso ben 4 segretari generali della Cgil, Agostino Novella, Luciano Lama, Antonio Pizzinato, Bruno Trentin, tre vice, Piero Boni, Agostino Marianetti e Ottaviano del Turco, e un padre della sinistra come Vittorio Foa.


      L’orgoglio della Fiom, la convinzione di rappresentare l’aristocrazia della classe operaia, è stato ben rappresentato anche da Sabattini, responsabile però di aver avviato la categoria lungo una deriva massimalista. Che ha impedito alla Fiom di firmare gli ultimi due contratti di lavoro dei metalmeccanici (nel 2001 e nel 2003) e l’ha spinta a cercare un progetto politico capace di intercettare il movimento no-global, i centri sociali, i pacifisti di sinistra. Inutile dire che tutto ciò è molto distante oltre che dalla storia dell’organizzazione anche dall’impronta che il riformista Epifani vuole dare alla sua Cgil. Ma la partita è aperta. La sfida è stata lanciata da Rinaldini con la decisione di convocare un congresso straordinario anticipato della Fiom, che si terrà dal 3 al 5 giugno prossimo (anziché nel 2006), non a caso a Livorno, la città della nascita della federazione. Quasi un congresso di rifondazione, quindi, che l’erede di Sabattini lancia su due parole d’ordine: «l’indipendenza» della Fiom e il ritorno al «conflitto» come mezzo principale per le conquiste dei lavoratori.


      L’operazione non è indolore, al punto che al congresso la Fiom andrà su due documenti contrapposti: quello della maggioranza dei «sabattiniani» e quello della minoranza dei riformisti, guidata dal «moderato», come si definisce lui stesso, Riccardo Nencini. Che si è battuto innanzitutto contro il congresso anticipato, perché volto a condizionare la linea e l’assetto di vertice della Cgil, e che ora punta a raccogliere più consensi che può (parte da un 17% nel comitato centrale della Fiom) attorno alla sua mozione, in linea con la posizione della Cgil, che è per «una nuova politica dei redditi» e non per il suo superamento. Epifani per il momento non si è ufficialmente schierato e anzi ha auspicato che il congresso della Fiom arrivi a conclusioni «unitarie». Ma è chiaro che tifa per Nencini. E intanto ha già ottenuto un primo risultato, riportando alla ragionevolezza la Fiom sul caso Melfi. Rinaldini, dopo aver scelto ancora la rottura rispetto a Fim e Uilm, favorevoli alla trattativa con la Fiat, e dopo dieci giorni di blocco delle strade d’accesso alla fabbrica, ha dovuto subire l’intervento di Epifani, che ha preso in mano la vertenza e ha riportato la Fiom al tavolo di trattativa. Cioè a fare più sindacato che politica. Ma il match non è finito.

Enrico Marro