“Commenti&Analisi” Effetto legge Biagi sui conti Inps (G.Cazzola/M.Tiraboschi)

20/07/2005
    mercoledì 20 luglio 2005

    ITALIA LAVORO – pagina 18

    INTERVENTO

    Effetto legge Biagi sui conti dell’Inps

      di
      Giuliano Cazzola
      Michele Tiraboschi

        Stenta a decollare il confronto sulla riforma della struttura della contrattazione collettiva.

        Non tanto e non solo perchè mancano idee veramente innovative. Basterebbe rileggere con la dovuta attenzione il Libro bianco, curato da Marco Biagi, per accorgersi di come il dibattito di queste settimane sia improvvisamente tornato alle proposte del Governo di inizio legislatura. Così è per le tanto enfatizzate clausole di sganciamento a livello aziendale dal contratto nazionale, che pure sono da tempo sperimentate e con successo in Spagna e Germania.

        Così è anche per i contratti a scelta multipla. Dove cioè il lavoratore può optare, d’intesa con il proprio datore di lavoro, tra diversi trattamenti economici e normativi tutti preventivamente negoziati in sede collettiva.
        La verità, piuttosto, è che manca ancora piena consapevolezza del ruolo centrale che assumono o possono assumere le relazioni industriali rispetto al tema della competitività e dello sviluppo.
        Una tesi anch’essa già compiutamente enucleata nel Libro bianco sul mercato del lavoro. Soprattutto dove si proponeva di ancorare i trattamenti retributivi ai differenziali di produttività e si ipotizzavano assetti negoziali maggiormente decentrati e, dunque, coerenti alle condizioni economiche e sociali presenti nelle diverse aree geografiche del Paese. Una tesi recentemente rilanciata anche dalle istituzioni comunitarie, nel rapporto congiunto sulla occupazione, e che, pure, rimane sullo sfondo del confronto tra le parti sociali.

        Varie sono le spiegazioni di questa situazione. Ma certamente il principale ostacolo rispetto a una reale revisione degli assetti della contrattazione collettiva sta nel fatto che, nel nostro Paese, non si è ancora avviato un processo di transizione da un modello conflittuale e antagonistico di relazioni industriali a uno di tipo collaborativo. È questo e non quello della legge sulla rappresentanza il tema cruciale da porre al centro dell’agenda politica e sindacale. Che sia così lo dimostrano ampiamente proprio le riforme del lavoro dell’ultimo decennio, largamente penalizzate dalla mancanza di una evoluzione in senso partecipativo dei rapporti tra parti sociali e tra di esse e il Governo secondo modalità analoghe a quelle che si sono cioè registrate nei Paesi che, come indicano i periodici rapporti Ue sul futuro delle relazioni industriali, meglio hanno affrontato le sfide della nuova economia.

        Eppure, se si giudicassero con obiettività le più recenti politiche del lavoro ( dal pacchetto Treu sino alla legge Biagi), se ne potrebbero apprezzare gli effetti, magari in settori contigui e collegati. È il caso della previdenza. Tranne qualche lodevole eccezione (si veda Il Sole 24 Ore del 14 e del 16 luglio) è passato sotto silenzio il rendiconto Inps 2004 con un risultato di esercizio, sorprendentemente positivo, in misura di 5.264 milioni di euro. Per capire il valore di tale saldo attivo basta ricordare che il consuntivo 2003 si era chiuso con un risultato di 405 milioni, che le previsioni originarie esponevano un disavanzo di 3.218 milioni, ridotto a 2.164 con la prima nota di variazione (quella che incorpora di solito gli effetti della legge finanziaria), mentre in sede di seconda nota e di previsioni definitive (a fine anno) era indicato un modesto saldo attivo di 295 milioni.

        A determinare tale risultato non hanno concorso soltanto le solite " casseforti" della previdenza obbligatoria: la gestione dei collaboratori coordinati e continuativi la quale giovandosi, tra l’altro, di un assai discutibile incremento di 3,8 punti dell’aliquota contributiva Ivs (e di 2,5 punti per gli iscritti già pensionati) ha raggiunto un avanzo di esercizio di 4.419 milioni di euro e una situazione patrimoniale attiva per 22.663 milioni di euro; la gestione delle prestazioni temporanee, la quale in un Paese che non riesce a fare una completa e organica riforma degli ammortizzatori sociali e che non attua politiche adeguate a favore della famiglia presenta un attivo di 6.793 milioni di euro (nei fatti destinati a ripianare i disavanzi delle casse dei lavoratori autonomi). Nel 2004, si è aggiunta una vera e propria riscossa del Fondo dei lavoratori dipendenti (l Fpld) che al netto degli ex fondi confluiti in regime di contabilità separata espone un saldo attivo per 2.096 miliardi di euro. Se si considerano anche gli andamenti delle contabilità separate (trasporti, elettrici, telefonici, ex Inpdai) nel Fpld si determina un modesto disavanzo di 309 milioni a fronte dei 5.076 milioni del 2003.

          È dunque il Fpld l’architrave del sistema obbligatorio a fare la differenza. A cosa si deve un risultato tanto lusinghiero? Alle riforme del lavoro, soprattutto. Rispetto al 2003, è migliorato di quasi 5.500 milioni ( su di un incremento complessivo di 7.731 milioni) il gettito contributivo, mentre le pensioni sono diminuite di 30mila. Il rapporto contributi/ prestazioni è migliorato di tre punti percentuali (passando da 0,85 a 0,88). Vi sono stati importanti successi nella lotta all’evasione contributiva (che ha consentito di trovare 73mila lavoratori prima sconosciuti). Quanto agli effetti, su tutto il sistema Inps, dell’incremento dell’occupazione, il Fpld annovera 70mila iscritti in più, la gestione dei commercianti 77.790, mentre le posizioni previdenziali dei parasubordinati crescono di 493.032 unità. L’aumento degli occupati è stato decisivo nel saldo attivo dell’Istituto di previdenza Relazioni industriali ancora troppo antagoniste ostacolano la riforma degli assetti contrattuali