“Commenti&Analisi” Ecco perché la «via tedesca» non piace neanche in Germania – di G.Baglioni

04/02/2003





Martedí 04 Febbraio 2003
ITALIA-POLITICA


Ecco perché la «via tedesca» non piace neanche in Germania
il reintegro pesa sulle aziende e le spinge a spostarsi a Est
DI GUIDO BAGLIONI

Più voci, anche autorevoli, propongono il modello tedesco per la regolamentazione del licenziamento individuale. In sintesi, esso lascia decidere al giudice discrezionalmente se disporre la reintegrazione del lavoratore o assicurargli un risarcimento ed estende questa soluzione a tutte le aziende con più di quattro dipendenti. Tale soluzione non convince ed è discussa anche in Germania. L’estensione fino a quattro dipendenti va in senso opposto alla modifica dell’articolo 18 contenuta nel Patto del luglio 2002 e peggiora la situazione per molte piccole imprese. Tale modifica verte proprio sulla "soglia": le ragioni (stabilite come temporanee) del suo innalzamento non sono per nulla cambiate. L’intervento del giudice, che si colloca al di fuori dell’ambito pluralistico delle controversie di lavoro, dispone di una discrezionalità molto elevata su una alternativa (reintegrazione o risarcimento) che comporta una diretta e profonda conoscenza dei singoli casi e del contesto dell’impresa. Forse è meglio utilizzare strumenti meno istituzionalizzati, più vicini agli attori, più rapidi, come l’arbitrato. Reintegrazione e risarcimento non vanno normalmente messi sullo stesso piano. C’è una tendenza, che non appare contingente, a privilegiare il secondo piuttosto che la prima. Il risarcimento rappresenta la strada più praticabile, comporta esiti anche sensibilmente differenti (mentre la reintegrazione prevede un solo esito), risponde al funzionamento di buona parte della stessa offerta di lavoro (scelte successive di occupazione). Accanto ai casi di palese discriminazione, la reintegrazione andrebbe considerata per coloro che da molti anni sono in un’impresa e ciò ha segnato profondamente la loro vita. Non si tratta solo di privilegiare l’anzianità ma di tener conto di cosa significa cambiare lavoro o ambiente di lavoro dopo un lungo periodo. Per molti altri lavoratori la situazione è assai diversa. A essi importa avere un buon lavoro in relazione alla loro capacità, ben pagato e non molto lontano: per costoro la sicurezza del lavoro non può essere caricata sull’impresa e non parliamo solo della piccola impresa. A differenza del passato fordista-grande impresa, il baricentro della tutela dell’occupazione si è spostato sul mercato del lavoro, sulle politiche (nazionali o locali) del lavoro, sulla formazione efficace e adatta alla domanda. È miope pestarsi i piedi, gli uni sugli altri, con un 53% di popolazione attiva occupata. Bisogna fare di tutto per elevare questa percentuale sub-europea. Come dicevamo, il modello tedesco pare non vada più bene neanche in Germania; non va bene nel senso che la protezione dai licenziamenti è considerata troppo forte e perciò frena l’occupazione, pesa sulle piccole imprese e favorisce il trasferimento delle imprese nei Paesi dell’Est. Fra gli altri, queste sono valutazioni formulate con decisione da Wolfgang Clement, superministro dell’Economia e del Lavoro. Il problema è divenuto pressante perché il primo Governo Schröder ha riportato la "soglia" di protezione a cinque addetti, dopo che il Governo Kohl l’aveva innalzata a dieci addetti. La pesante situazione dell’economia e del welfare tedeschi potrebbero, sotto questo aspetto, consigliare il ritorno ai tempi di Kohl.