“Commenti&Analisi” È possibile una Bolkestein dal volto umano? (G.P.Orsello)

23/11/2005
    mercoledì 23 novembre 2005

    Pagina 24 – Commenti

    È possibile una Bolkestein dal volto umano?

      Gian Piero Orsello

        Il Parlamento europeo ha ricevuto fin dal febbraio 2004 dalla Commissione di Bruxelles una proposta di Direttiva che è più nota per la denominazione che la contraddistingue, relativa al suo proponente, l’ex commissario olandese Frits Bolkestein, piuttosto che per il suo contenuto. Lo scopo dichiarato di tale proposta di Direttiva – sulla quale il Parlamento europeo (dopo il voto in Commissione Mercato Interno che si tiene in questi giorni) dovrà esprimere il proprio giudizio e dare il proprio voto in seduta plenaria a gennaio – è quello di rafforzare il mercato interno dei servizi in vista di un’economia più competitiva e più dinamica, tale da consolidare l’Unione entro il 2010, sulla base della cosiddetta strategia di Lisbona, eliminando ogni possibile ostacolo nel settore dei servizi nell’ambito del mercato interno e facilitando la libertà di stabilimento. La proposta prevede misure di semplificazione amministrativa ricorrendo anche a procedure elettroniche, più facili regimi di autorizzazione e divieti di prescrizioni restrittive, derivanti da possibili vincoli da parte delle legislazioni nazionali. Il punto dolente della direttiva, quello che è all’origine di forti opposizioni, anche in seno al Parlamento europeo, da parte delle forze politiche di sinistra e delle organizzazioni sindacali (e che ha creato, tra l’altro, gravi difficoltà nel referendum francese sulla Costituzione europea) è il cosiddetto «principio del Paese di origine», in base al quale il lavoratore dovrebbe essere sottoposto unicamente alla legislazione dello Stato promotore di una iniziativa operativa senza che si possano determinare restrizioni ai servizi forniti in un altro Paese membro sulla base della sua legislazione per stabilire l’eliminazione degli ostacoli all’esercizio delle prestazioni previste.

          La proposta concerne l’armonizzazione delle legislazioni soprattutto in tema di tutela dei consumatori, l’assistenza reciproca tra le diverse autorità nazionali e norme volte a promuovere la qualità dei servizi. È vero che, nonostante l’attuazione del regime del mercato interno, fissato fin dall’epoca dell’Atto unico europeo del 1986 alla scadenza del 1992, resta ancora molto da fare prima che il mercato interno dei servizi diventi una effettiva realtà, attuando così quella libera circolazione dei servizi previsti fin dal Trattato Cee, ma il riferimento esclusivo alle normative del Paese d’origine rischia di determinare una forte contraddizione rispetto a vari principi comunitari, in particolare a quello della libera circolazione delle persone, segnatamente dei lavoratori anche in riferimento al diritto di stabilimento, in base al quale, contro ogni discriminazione da nazionalità, il lavoratore di un Paese comunitario diverso deve sempre essere trattato alla stregua del lavoratore nazionale dello Stato in cui si trovi ad operare e, quindi, sulla base della legislazione di quello Stato. Si tratta di realizzare un’effettiva collaborazione transfrontaliera, ma ciò che crea serie difficoltà, secondo la proposta direttiva è, appunto, la pretesa prevalenza della normativa del Paese d’origine invece di quella dello Stato nel quale si intende operare. Sul merito della direttiva si è sviluppato, quindi, uno scontro politico e sociale, come se, da un lato vi fossero i sostenitori di una maggiore privatizzazione e, dall’altro, i fautori di posizioni corporative e di interessi settoriali. Il problema è diverso, cioè, da una parte si sostiene la liberalizzazione dei servizi, ma, dall’altra, si provoca una riduzione delle misure di protezione sociale. In tal senso si riduce anche la protezione dei consumatori e si introduce un principio di discriminazione contrario al sistema comunemente accettato. Volendo allargare il discorso, si può tranquillamente affermare che la Direttiva intacca il principio dello Stato sociale e tende a realizzare un progressivo avvicinamento a quelle tendenze liberiste, assai più presenti nel sistema americano. Il gruppo socialista ha sollevato molte e sostanziali obiezioni nei confronti della direttiva proprio in nome della volontà di garantire la coesione sociale e, quindi, proponendo una serie di correzioni, a cominciare proprio dall’eliminazione dell’inaccettabile principio prioritario della legislazione del Paese d’origine e confermando la validità dei principi fondamentali del diritto comunitario da tempo consolidati, pur auspicando la completa attuazione del mercato interno e l’eliminazione di ogni tendenza corporativa. In tali condizioni è veramente strano che si sia tentato in Italia di far applicare da parte del governo Berlusconi, come ha proposto Giorgio La Malfa, una direttiva che ancora non esiste proprio perché oggetto di discussioni e di proposte alternative nelle sedi comunitarie competenti.

            È evidente che la presidenza britannica, nell’attuale semestre, possa trovare nella direttiva Bolkestein un elemento di riferimento favorevole alle proprie tesi liberalizzatici: perciò, anche per quanto riguarda questa materia si dovrà attendere la presidenza austriaca e il prossimo mese di gennaio, per cercare di pervenire ad una soluzione positiva che non può essere attuata in chiave di opposizione pregiudiziale, ma in vista di una soluzione ispirata ad un concreto riformismo, che elimini ogni stortura e consenta di far prevalere i coerenti principi basilari del diritto comunitario, nel quale la concorrenza trova un correttivo nella coesione sociale e la coesione sociale non esclude misure liberalizzatrici eque e ragionevoli, senza una malintesa ipotesi privatizzatrice che generi una minore garanzia di protezione sociale.