“Commenti&Analisi” E ora nuovi rapporti sociali per ridare fiato alla ripresa (M.Deaglio)

27/05/2004

27 Maggio 2004


DEVE PREVALERE LA VOCAZIONE AL DIALOGO PER CAMBIARE IL CLIMA
analisi
Mario Deaglio

E ora nuovi rapporti sociali per ridare fiato alla ripresa

    L’AVVICENDAMENTO alla presidenza della Confindustria tra Antonio D’Amato e Luca di Montezemolo è molto di più di una semplice rotazione su una prestigiosa poltrona. I due ersonaggi non sono, infatti, uomini di compromesso ma rappresentano due «anime», due diversi, forse opposti e forse complementari, modi di essere del mondo imprenditoriale italiano.
    D’Amato ha portato al vertice della Confindustria il vitalismo delle piccole e medie imprese, che rivendicavano, nei confronti non solo dello Stato ma dell’intera società italiana, il riconoscimento e la legittimazione precisamente di questa carica vitale. Si reclamavano maggiori spazi per l’azione imprenditoriale, la parola d’ordine era «flessibilità»: in nome della flessibilità si esigeva dalla burocrazia l’introduzione di procedure semplificate, dall’erario una tassazione ridotta sugli investimenti, dal lavoro regole più elastiche per assunzioni, licenziamenti e modalità di prestazioni.
    Il tutto si collocava nel quadro di un’imprenditoria che prometteva al Paese una produzione più efficiente e in crescita e giustificava così la propria aspettativa di un più elevato tasso di profitto; e che scommetteva sulla capacità di imprese – specie nel Nord Est e nel Mezzogiorno – fortemente legate al proprio ambiente locale e con una struttura finanziaria assai lontana dalla modernità, di conquistare una posizione di rilievo nel mercato senza confini dell’economia globale grazie a doti innate di dinamismo, inventiva e fantasia.
    In questo progetto, legittimamente ambizioso e certo non privo di una sua coerenza interna, risuonavano gli echi dell’ottimismo economico mondiale degli anni novanta, poi definitivamente tramontato con gli attentati dell’11 settembre 2001. Da allora, il mondo si è irrigidito, la crescita spontanea risulta assai rallentata; le stesse piccole e medie imprese che affermavano orgogliosamente la propria indipendenza, stanno ora a chiedere qualche forma di protezione, statale o europea, di fronte alla concorrenza straripante dei nuovi produttori asiatici; dopo esser stata posta in discussione dagli scandali di Wall Street, è la stessa moralità dell’agire imprenditoriale a essere chiamata in causa da vicende come quelle di Parmalat e Cirio.
    La transizione D’Amato-Montezemolo riflette sia questo mutamento «ambientale» sia la condizione di speciale debolezza in cui si trova ora il sistema produttivo italiano all’interno di una già debole Europa. Alla perdita di peso, a livello mondiale, derivante da fattori strutturali, come la demografia, si aggiunge l’influenza di fattori specifici disparati che porta a difficoltà di vario genere per settori assai diversi tra loro, dall’auto a molti dei «distretti» sui quali si era basata l’espansione, o la fondamentale tenuta, negli Anni Ottanta e nella prima metà degli anni novanta.
    Per uscire da questa situazione, ci sono rapporti da ridefinire e relazioni da ricostruire. Sarebbe azzardato per la principale associazione degli imprenditori identificarsi troppo, oppure assumere posizioni di acceso contrasto, con il governo (con qualsiasi governo) su singoli punti specifici. Per aver saputo muoversi in una dimensione diversa dalla politica spicciola, densa di indicazioni di grandi problemi, la Confindustria si era conquistata, sin dagli anni sessanta, una notevole credibilità, ben al di là di una specifica difesa degli interessi degli imprenditori senza entrare nei dettagli di singoli progetti o singoli articoli di leggi controverse. La sua vocazione sembra essere quella di dialogare, con beneficio per tutto il paese, con «la politica» invece che con singole parti politiche.
    Alla «politica» di oggi – e di domani – la Confindustria non potrà non rappresentare la condizione di un sistema produttivo che è il sesto o settimo del mondo ma che rischia di perdere non solo posizioni ma la propria stessa identità. E’ inevitabile che su queste basi, sul ruolo interno e internazionale dell’apparato produttivo dell’Italia del futuro si sviluppi un dibattito e si cerchino strumenti di sostegno e rilancio, in maniera non troppo diversa, del resto, da quanto sta già avvenendo negli altri paesi avanzati.
    Un dialogo più serrato, dettato da diverse motivazioni, non potrà non essere condotto non solo con i tradizionali avversari-partner del mondo del lavoro, ma anche con le istituzioni creditizie. Con entrambi ci sono solchi da ricucire e ponti da costruire. Mentre però con il sindacato il dialogo non si è mai veramente interrotto, anche se ha talora raggiunto punte di asprezza insolitamente elevate, è con il mondo della finanza che si dovranno fare i passi maggiori. Qui tutto deve essere reinventato: al mutamento degli stili di finanziamento (con la recentissima decisione di un grande gruppo bancario di fornire prestiti senza garanzia alle imprese che ricapitalizzano) non potrà non corrispondere uno stile diverso, meno personalistico, delle imprese per quanto riguarda futuro, strategie, finanziamento. E soprattutto si richiede agli imprenditori una posizione più chiara e costruttiva nei confronti della scuola e della ricerca scientifica, un maggior respiro culturale, una presa di coscienza dei mutamenti mondiali in atto.
    Il neo-presidente sembra possedere le caratteristiche necessarie per percorrere, con un generale vantaggio per il Paese, questa strada difficile. Viene da un’esperienza industriale assai varia, che lo vede a capo di un’impresa industriale media di assoluto prestigio mondiale che fa però parte di un grande gruppo; sembra collocarsi, pertanto, in posizione centrale nel variegato mondo imprenditoriale italiano, il che è importante per superare alcune delle lacerazioni interne degli ultimi anni; ha esperienza diretta di associazioni territoriali e di categoria. Sicuramente sa (come dimostra la sua leadership della Ferrari) che l’importanza dei presidenti non dipende solo, o non tanto, da ciò che concretamente riescono a realizzare ma dal clima che riescono a creare.
    Questo passaggio di poteri nel palazzo, moderno ma severo, che, in Viale dell’Astronomia a Roma, è la sede della Confindustria, potrebbe quindi rappresentare un primo passo perché si affermi, ben al di là del mondo industriale, un clima meno teso nei rapporti tra istituzioni e tra parti sociali; senza questo cambiamento di clima, una vera ripresa, civile oltre che economica, dell’Italia è probabilmente illusoria.
    mario.deaglio@unito.it