“Commenti&Analisi” È ora di riforme per ordini e associazioni (P.Mantini)

11/06/2004


       
       
       
       
      Numero 139, pag. 1 del 11/6/2004
      Autore: di Pierluigi Mantini
      responsabile professioni d.l. Margherita
      uniti nell’Ulivo
       
      E’ ora di riforme per ordini e associazioni
       
      di Pierluigi Mantini
       
      Dopo tre anni di inerzia, il governo si appresta a fare un nuovo decreto legge che proroga di altri sei mesi le elezioni degli ordini nazionali, congelando la democrazia, impedendo la partecipazione dei laureati triennali, screditando la stessa credibilità degli ordini professionali.

      Un fatto gravissimo, sintomo di una visione di governo inadeguata e antistorica.

      C’è bisogno di ben altro: modernizzazione degli ordini, riconoscimento europeo delle nuove professioni, crescita delle società professionali e interprofessionali, long life learning, razionalizzazione dei tirocini e degli accessi (esami di stato), diritto dell’equo compenso e tutele per i giovani praticanti, sviluppo delle casse previdenziali, politiche economiche a sostegno delle professioni (credito e sgravi fiscali sulla ricerca), promozione dei requisiti della professionalità (e non del capitale) nelle gare per gli appalti di servizi, maggiore tutela dei cittadini-consumatori, più deontologia, più Europa, intesa come opportunità non come minaccia.

      Una visione ampia, moderna, sostenuta da proposte di legge e un impegno riconosciuto: perché i professionisti, i knowledge workers nella società e nell’economia della conoscenza, sono i principali protagonisti dei mercati del lavoro e della qualità diffusa su cui si basa la competitività e l’equità del nostro paese.

      E non è vero che il centro-sinistra vorrebbe ´mangiare gli ordini’. Non è stato così neanche negli anni passati. La legge Bersani del 1997 ha consentito l’esercizio delle professioni in forma societaria: uno sviluppo decisivo per la crescita e la modernizzazione. Il dpr 328/2001 ha consentito un nuovo accesso dei laureati triennali alle professioni secondo l’innovativo principio degli ´albi in competizione’.

      Il disegno di legge dell’allora guardasigilli Fassino, al termine della scorsa legislatura, ha delineato una riforma quadro equilibrata, discussa e condivisa da ordini e associazioni delle nuove professioni.

      Nell’attuale legislatura abbiamo avanzato proposte di legge ritenute serie e credibili anche da esponenti del governo oltre che dai mondi professionali; abbiamo nostri relatori nei testi unificati in parlamento (senatore Cavallaro, onorevole Vernetti); abbiamo promosso Consulte regionali delle professioni; in alcuni casi, abbiamo istituito assessorati alle professioni (Illy, Friuli-Venezia Giulia) convinti come siamo della centralità delle professioni nelle politiche di governo.

      Ma in questi tre anni non è stato fatto nulla di serio per le professioni dall’attuale maggioranza. Nulla. Solo retorica corporativa, conservazione delle regole del primo 900, divisioni interne, fino alla totale delegittimazione del responsabile delle politiche di governo, il sottosegretario alla giustizia Michele Vietti, che pure aveva lavorato, con i mondi professionali, a un progetto di riforma.

      Vietti è stato per ora costretto a gettare la spugna e a presentare quel disegno di riforma come una proposta di legge del suo partito.

      Incredibile. È sufficiente che i professionisti italiani si pongano una semplice domanda: chi è il responsabile delle politiche sulle professioni per il governo italiano?

      Risposta impossibile. Perché si vuole, per incapacità o per lucido disegno, mantenere le professioni italiane nelle condizioni di arretratezza del secolo scorso, tra vincoli e assurdità, lasciando crescere le società di capitale (in genere straniere) nel mercato dei servizi.

      Si alimentano divisioni corporative: tra ordini e nuove professioni, tra insider e outsider, tra l’Italia e l’Europa, tra stato e regioni, tra professionisti e consumatori. In un gioco teatrale a somma zero: zero riforme.

      Ora anche il dossier Monti non dovrebbe ´spaventare’ più nessuno: basta leggerlo per comprendere che si vorrebbe più crescita delle società professionali, più circolazione in Europa, pubblicità informativa, tariffe flessibili, revisione dei numeri chiusi.

      Temi all’ordine del giorno, per tutti, che meritano soluzioni, non sterili polemiche.

      Anche la crociata contro l’equiparazione della professione alla nozione d’impresa è sterile: nell’ottica comunitaria è un approdo pressoché inevitabile, sul piano nazionale e costituzionale è indifferente. Non hanno anche le imprese regolazioni differenti, in base al principio di utilità sociale delle attività economiche di cui all’art. 41 Cost.?

      Ora lo riconosce, sul piano ricognitivo, anche il decreto La Loggia che ha il difetto, tuttavia, di limitare le competenze statali di principio alle sole professioni ordinistiche. E le altre, saranno lasciate al Far west federalista?

      È tempo di finirla anche con le antistoriche divisioni tra mondi ordinistici e associazioni delle nuove professioni: occorre, al contrario, stare insieme, dar vita a un’organizzazione comune, rafforzare e imporre all’attenzione del paese il movimento ´per’ le professioni.

      Potrebbe essere un forum delle professioni, organo stabile (come il forum del terzo settore), con Cup, Colap, Ad e Pp, Cup3, Consap, sindacati professionali: un soggetto in grado di affrontare i temi di tutte le realtà professionali nel loro divenire e di essere parte della concertazione delle grandi scelte del paese.

      Perché imprenditori e sindacati dei lavoratori sì e 4 milioni di professionisti no?

      Il ´professionalismo’ terza logica del lavoro (Freidson) è ormai un principio e un valore che riguarda milioni di persone e interpreta quella concezione della vita definita ´individualismo democratico’, che Dewey, Emerson, Whitman ritenevano fondarsi sull’imperativo ´sii te stesso’ o, meglio, ´diventa te stesso’, motore di ricerca di ogni progetto di successo, individuale e professionale.

      C’è un mondo che si trasforma velocemente e occorrono pensieri condivisi, soluzioni, riforme. In Europa, favorendo la circolazione dei professionisti a condizioni di reciprocità, sapendo che i titoli curriculari non potranno mai essere perfettamente coincidenti nei diversi stati. Bene la direttiva servizi, occorre accelerare lo ´statuto dei riconoscimenti’, all’insegna della libertà ma anche della qualità e della responsabilità. In Italia, se l’attuale (precaria) maggioranza ritroverà un suo disegno di riforma, magari sulla pur discutibile bozza Vietti, o in qualche altro modo. (riproduzione riservata)