“Commenti&Analisi” E la Cisl cerca alleati (B.Ugolini)

24/05/2004


  Economia


24.05.2004

Pezzotta alla Convention
Non si può «limitare il danno». E la Cisl cerca alleati

Bruno Ugolini

È successo sabato a Milano. Savino Pezzotta, segretario generale della Cisl, era sul palcoscenico della seconda Convention della Lista unica, in quel di Milano, intervistato da Gad Lerner e accolto con convinto calore.

Non molto tempo prima, nella stessa sala, applaudito con non diversa emozione, aveva preso la parola Sergio Cofferati, già segretario della Cgil, oggi candidato a sindaco di Bologna. Una sequenza significativa. Tutti hanno pensato al passato, quando i due erano visti come i contendenti di un duello senza risparmi. Era l’epoca di un governo che voleva metter le mani sull’articolo diciotto, la norma che impediva i licenziamenti facili. La pretesa era poi ridimensionata, sotto i colpi di scioperi e manifestazioni straordinarie, e introdotta, un po’ di soppiatto, in un conclamato «Patto per l’Italia», firmato solo da Cisl e Uil.

Sembrava un divorzio irreversibile. C’era chi ormai teorizzava l’inarrestabile costruzione di due poli sindacali, paralleli ai due poli politici, con conseguente fine di un’autonomia sindacale così faticosamente raggiunta. Ed ora ecco, invece, il massimo dirigente della Cisl su quel palco di Milano. Una presenza con un insopprimibile significato politico, anche se i sindacati non portano voti, «portano problemi». Vista come un’ulteriore iniezione di fiducia per le possibili sorti elettorali. Molti, tra gli osservatori delle vicende politiche più che di quelle sindacali, si sono interrogati su tale presenza. La Cisl, a dire il vero, già da parecchi mesi ha riannodato i fili unitari, senza nascondere le differenze, con la Cgil oggi diretta da Guglielmo Epifani. E, soprattutto, già da tempo è giunta ad esprimere un giudizio severo sull’operato del centrodestra. Senza concezioni autocritiche sui comportamenti del passato. Quella trattativa sul «Patto per l’Italia» era, per la Cisl, un tentativo di «limitare i danni» e, in ogni modo, avrebbe contenuto misure giudicate positive (ad esempio sugli ammortizzatori sociali).

Con l’andar del tempo, il Patto è pressoché caduto nel dimenticatoio. Basti ricordare che annunciava pomposamente la «salvaguardia del potere d’acquisto delle retribuzioni». La realtà ora è sotto gli occhi di tutti. I salari perdono peso, i contratti dove «il padrone» è il governo non sono rinnovati, sulle pensioni si decide come si vuole, la piattaforma redatta dalle Confederazioni è ignorata. La richiesta di trattative anche. La concertazione è snobbata, la politica dei rediti svanita.

C’è di più e l’ha piegato bene proprio Savino Pezzotta, in sintonia con Epifani, alla recente assemblea dei delegati Cgil (una specie di precongresso) quando ha parlato di un esecutivo che ha in mente un modello sociale. Un modello nel quale non godono di rispetto e dignità i cosiddetti «corpi intermedi», dai Comuni, alle associazioni, ai sindacati. Una parola d’ordine molto cara alla Cisl – «trattare, trattare, trattare» – è vilipesa e umiliata. E costringe Pezzotta a gridare sempre in quell’ assemblea di Cianciano: «Io amo il fisco!». Per dire che lo slogan berlusconiano su «meno tasse», nasconde un attacco brutale allo stato sociale, ai più deboli, a chi sta peggio, ai valori della solidarietà e dell’eguaglianza.

Non c’è da meravigliarsi, dunque, per quella presenza sul palco di Milano. E’ anche il frutto di nuovi rapporti tra le tre Confederazioni. I sindacati sono in cerca d’alleati per tentare di rompere la provocatoria corazza governativa. La sequela di scioperi generali e manifestazioni non ha portato risultati. Anche per questo guardano con attenzione anche alla prossima investitura di Luca di Montezemolo e parlano di possibili convergenze con la Confindustria.

E’ meglio, però, che nessuno si faccia troppe illusioni, anche nell’Ulivo. Magari ricordando che nello schieramento progressista, nel passato, sono affiorate tentazioni (sia pur modeste), limitatrici del ruolo del sindacato, come se si trattasse di una specie di «bottega dell’antiquariato». Oggi, però, quella che prevale è la preoccupazione per le sorti, non di questo o quel partito o schieramento, ma di un Paese che rischia di essere portato alla disfatta.