“Commenti&Analisi” Due scelte per crescere (P.Fassino)

18/01/2005

    martedì 18 gennaio 2005

    sezione: PRIMA – pagine 1 e 10

    PROPOSTE DELL’OPPOSIZIONE

      Due scelte per crescere

        PIERO FASSINO
        Segretario dei Ds

          Caro direttore, sono note le fragilità strutturali che affliggono il nostro sistema produttivo: un apparato industriale di media tecnologia e per questo più esposto alla concorrenza di nuovi produttori emergenti e alla delocalizzazione; una dimensione di impresa (il 95% delle aziende ha meno di 15 dipendenti!) che ha obiettive difficoltà a mantenere adeguati livelli di investimenti, volumi produttivi e competitività.

            E ancora, una scolarizzazione insufficiente, tant’è che nella popolazione tra 21 e 65 anni abbiamo il 12% di laureati a fronte del 38% di Stati Uniti e 33% in Germania, Francia, Gran Bretagna; una spesa per innovazione e ricerca assolutamente inadeguata; un gap infrastrutturale nelle reti materiali e digitali; squilibri territoriali — il Mezzogiorno per tutti — non ricomposti. E a ciò di deve aggiungere un debito pubblico alto che condiziona pesantemente la finanza pubblica e la allocazione delle sue risorse.

              Sono strozzature antiche e sarebbe sbrigativo imputarle solo a chi governa oggi. Ma non può essere ignorato che in questi tre anni e mezzo il Governo Berlusconi ha clamorosamente manifestato un vuoto di strategia politica economica e industriale, aggravando ulteriormente quelle fragilità. Basterà ricordare che le politiche di liberalizzazioni sono state del tutto bloccate; la spesa per ricerca è passata dall’1% del Pil nel 2001 allo 0,7% del 2004; del tutto marginali sono le risorse per la crescita e lo sviluppo; il Mezzogiorno è di fatto sparito dall’agenda politica e i flussi finanziari ridotti; le risorse per scuola e università sono diminuite; nessuna misura specifica per l’impresa minore e per sostenerne la crescita dimensionale; alla legge-obiettivo sulle infrastrutture non sono seguiti né programmi, né finanziamenti adeguati. E, peraltro, i conti pubblici sono stati messi a rischio da una politica incapace di governare la spesa e su una politica fiscale fondata su condoni dagli esiti perversi.

              Una inadeguatezza che il Paese sente e che spinge molti a tirare i remi in barca, a non innovare, a non investire, a non fare figli, a rassegnarsi. Eppure l’Italia è tuttora il sesto Paese industriale. È un concentrato straordinario di risorse, sapere, competenze, professionalità, tecnologie, imprese, università. L’Italia è anche un "grande" Paese, come non si stanca di ripetere il Presidente Ciampi. Ed è dovere della classe dirigente trasmettere la consapevolezza che l’Italia ce la può fare, compiendo due scelte tra loro complementari: serve più mercato; servono più politiche pubbliche.

              Serve più mercato nelle libere professioni, adottando standard europei in materia di organizzazione dell’attività professionale — comprese le società di capitale — di pubblicità comparata e di tariffe. Serve più mercato nel sistema finanziario e bancario per favorire un accesso più elastico e facile alle piccole imprese. Serve più mercato nei servizi pubblici locali, a partire da una produzione e distribuzione di energia meno cara. Serve più mercato nella diffusione delle reti e dell’information technology per una più semplice e libera accessibilità a brevetti, conoscenze e mercati in primo luogo per le piccole imprese.

              E contemporaneamente servono più politiche pubbliche. Non si tratta di tornare a forme di intervento statale nella produzione di beni di consumo — l’auto, la vespa, i pelati o i panettoni — che oggi sono soddisfatti benissimo dal mercato. Insostituibili sono invece le politiche pubbliche in quegli "snodi di sistema" dove il semplice ricorso al mercato non sarebbe sufficiente. In un sistema di piccole imprese, soltanto un forte investimento pubblico può garantire sviluppo della ricerca e della innovazione; così un innalzamento di sapere, conoscenza e formazione passa per un forte investimento pubblico nella scuola e nell’università; e un serio programma di investimenti infrastrutturali e logistici — penso, per esempio, a quanto la portualità italiana può essere strategica in una fase in cui le relazioni tra Europa e Asia passano sempre di più per il Mediterraneo — richiede forti investimenti pubblici, condizione per mobilitare anche cospicue risorse private.

              E così, ancora, se vogliamo che un mercato del lavoro flessibile non si traduca in precarietà — due lavoratori atipici su tre sono oggi cronicamente precari! — serve una forte azione pubblica per servizi all’impiego e ammortizzatori sociali. E accanto a ciò serve una semplificazione normativa che dia alle imprese un diritto societario, del lavoro e fallimentare più agile, nonché una riduzione drastica degli adempimenti burocratici, attraverso autocertificazione e procedure di silenzio-assenso.

              Insomma nell’economia globale vincono i Paesi che scommettono sulle sfide alte della competizione: ricerca, formazione, innovazione, internazionalizzazione, specializzazione tecnologica, qualità ambientale, ammodernamento strutturale. Il che significa che le risorse pubbliche vanno concentrate prioritariamente su questi obiettivi e la stessa leva fiscale va utilizzata in modo selettivo a sostegno di obiettivi di sviluppo.

              Questa è l’unica strada per tornare a crescere, sapendo che soltanto se il Paese tornerà ad alti tassi di crescita potrà affrontare tre nodi sociali oggi irrisolti: tornare a creare lavoro, perché fino a quando nel 50% delle famiglie vi è una sola persona che lavora difficilmente si potranno assicurare redditi dignitosi a quella metà di famiglie italiane; dare al lavoro quelle certezze e tutele che consentano alla flessibilità di non tradursi in precarietà; ridistribuire una quota della crescita a salari, stipendi, pensioni, condizione necessaria per una ripresa dei consumi.

              Per questa politica noi siamo pronti a fare la nostra parte, oggi dall’opposizione e domani — presto, spero — con responsabilità di governo.