“Commenti&Analisi” Due prigionieri due misure – di C.Saraceno

25/03/2003


              25/3/2003

              DUE PRIGIONIERI DUE MISURE
              Chiara Saraceno

              NON so se la diffusione delle immagini dei prigionieri americani in Iraq abbia violato la convenzione di Ginevra. Ma se fosse vero, che dire delle immagini dei soldati iracheni che si consegnano ai soldati americani inginocchiandosi: prigionieri di cui si mostrano impietosamente vestiti stracciati, piedi scalzi, visi impauriti, suggerendo che si tratti vuoi di poveretti, vuoi di vigliacchi? Perché le prime dovrebbero essere più scioccanti – o più umilianti per gli interessati e i paesi da cui provengono – delle seconde? Per non parlare dei prigionieri talebani a Guantanamo, che gli USA hanno dichiarato da subito sottratti ad ogni convenzione internazionale, inclusa quindi quella di Ginevra e di cui non si parla neppure più. Tra le tante cose disturbanti di questa guerra vi è questo sistematico e neppure tanto sottile doppio standard. I morti anglo-americani contano infinitamente di più dei morti iracheni – inclusi i civili, inclusi i bambini, che a differenza dei soldati alleati non si sono arruolati volontariamente, quindi consapevoli che il mestiere scelto poteva comportare prigionia o morte. In queste rappresentazioni i prigionieri iracheni sono la testimonianza vivente della debolezza non solo di un regime odioso, ma di un popolo passiva preda del violento di turno interno o esterno che sia. La resistenza irachena appare solo la dimostrazione della cattiveria, o stupidità, intrinseca di un regime, non l’ovvio comportamento di militari che hanno, come in tutti i paesi, giurato fedeltà al proprio paese e forse anche il gesto disperato ed orgoglioso di civili che non apprezzano che paesi lontani migliaia di chilometri decidano di invaderli e si aspettino da loro la resa incondizionata. Che la propaganda anglo-americana usi questo doppio standard, in modo del tutto simmetrico a quanto fa quella irachena, è normale e non deve scandalizzare. Ma che la grande maggioranza dei media e dei commentatori lo accetti e rilanci è stupefacente. Non credo che occorra essere anti-americani e neppure, forse, contro questa guerra per reagire criticamente a queste rappresentazioni in bianco e nero, al razzismo implicito che comunicano. Il fatto che esso sia per molti versi speculare a quello dell’altra parte non è una giustificazione, al contrario. Segnala come sia fragile quella costruzione – non solo politica, ma simbolica, culturale, etica – che chiamiamo democrazia. Che include innanzitutto rispetto dell’altro e della sua dignità. Essa sembra troppo spesso sospesa, se non dimenticata, quando si esce dai confini dell’occidente. Non si può esportare la democrazia con le armi, tanto più se il linguaggio e le rappresentazioni degli esportatori disegnano gerarchie tra chi ha più o meno diritto ad essere riconosciuto nella propria dignità.