“Commenti&Analisi” Dpf, se ci sei batti un colpo- M.Maulucci

03/07/2003

      giovedì 3 luglio 2003

      Il nostro Paese sta attraversando la crisi economica
      più grave degli ultimi 20 anni, ma come si esce da una
      situazione del genere? Non esistono soluzioni «oggettive»
      Dpf, se ci sei batti un colpo

      MARIGIA MAULUCCI
      Le condizioni economiche di contesto sulle quali calerà il prossimo Dpef sono note ma
      non per questo meno preoccupanti.
      Il Paese sta attraversando la crisi economica più grave degli ultimi 20 anni: il parallelo che molti commentatori hanno fatto con la crisi del 92-93, è stato purtroppo smentito dai dati di questa crisi. Dieci anni fa, al 23° mese iniziava la risalita. Oggi, al 28° mese, siamo ancora in attesa di uno spiraglio di «luce in fondo al tunnel».
      La crescita è ferma intorno allo 0,4%: la nostra ipotesi è che per quest’anno non andrà oltre, consolidando il connotato di recessione produttiva ed economica.
      Il Centro Studi di Confindustria è sostanzialmente su questa posizione ma ipotizza uno scenario meno tragico, si fa per dire, con un Pil allo 0,8%, nel caso in cui il Dpef proceda
      in maniera determinata sulle riduzioni fiscali e sui tagli alle pensioni. Cioè attui coerentemente il programma elettorale del centrodestra.
      La riduzione del prezzo del petrolio grazie (!) alla guerra in Iraq e il riavvio della locomotiva americana faranno il resto. Tali aspettative sono a metà tra il fideistico e il subalterno: non è pensabile che in previsione delle nuove elezioni presidenziali Bush non inventi una diavoleria di qualche tipo che metta, tramite l’intervento della Federal Reserve, liquidità nel sistema trascinando così nel tram del desiderio tutti gli altri. Come scugnizzi appesi fuori, come nei film del dopoguerra. Sarà questo, presumibilmente, lo
      scenario che ci sarà presentato. Con tutto ciò, scrivere la Finanziaria del 2004 sarà complicato lo stesso, perché, per ammissione di tutti, se di boccata d’ossigeno si parlerà, riguarderà nella migliore delle ipotesi l’ultimo trimestre.
      Gli escamotages prodotti l’anno scorso sono impercorribili: il condono tombale ha compensato nel 2003 gli effetti negativi della mancata crescita sul debito pubblico e sul
      deficit. Nel 2004 il tetto previsto dal Patto di stabilità sarà sfondato e il semestre italiano di presidenza europea ha già questo come obiettivo.
      Lo scenario macroeconomico dei conti pubblici è dunque a tinte fosche con un debito in salita oltre il 3%, le entrate in caduta dopo il boom dei condoni, la produzione industriale ai minimi storici con forti squilibri nella bilancia dei pagamenti e l’inflazione presumibilmente non lontana dall’attuale 2,7%, molto più elevata di quella europea.
      Quali possano essere le misure che il governo mette in campo, a tutt’oggi non è dato sapere. Di certo possiamo ipotizzare che il governo dovrà trovare le risorse per finanziare l’applicazione della delega fiscale, visto la bandiera della riduzione delle tasse, dalla campagna elettorale in poi, si limita a sventolare. Una fonte possibile di tali risorse appare la manomissione del sistema previdenziale attraverso disincentivi, chiusura di finestre, modificazione dei requisiti. Misure, cioè molto più drastiche della stessa delega previdenziale, che, è bene ripeterlo, già registra il dissenso netto di Cgil Cisl e Uil.
      Figuriamoci il resto. La cartolarizzazione dei crediti Inpdap è un’altra fonte possibile di
      risorse: si tratta di 5,8 miliardi di euro dei dipendenti pubblici, doppiamente vessati. Senza rinnovo contrattuale e finanziatori dello Stato.
      L’elenco potrebbe continuare con le ipotesi, pure circolate, di condono edilizio e su questo piano, nel paese dell’abusivismo e dello sfascio del territorio può succedere di tutto. Queste sono solo ipotesi, accompagnate probabilmente da qualche appello all’emergenza. Su questo punto occorre fare grande chiarezza: l’emergenza dei conti pubblici e l’allarme della recessione non possono però motivare né scelte incondivisibili
      di politica di bilancio né diponibilità o generosità della parte che noi rappresentiamo e che sta già pagando più del dovuto i costi della crisi. Non esistono soluzioni «oggettive»: come si esce da una crisi economica ha sempre un colore politico. Fintanto che starà in campo quella delega fiscale, quella delle due aliquote, quella che premia i redditi medio alti, non ci sono le condizioni né per la concertazione né meno che mai per la politica dei
      redditi.
      Ricordo solo a titolo di cronaca che un punto esatto separa l’inflazione dalla retribuzione oraria e che il governo dovrà quest’anno essere molto più realista nell’indicare il tasso
      di inflazione programmata se vuole manifestare un segno di interesse al recupero del potere d’acquisto delle retribuzioni, se non altro come possibile volano per la ripresa dei consumi.
      Incombe, peraltro, sulla Finanziaria la copertura del biennio di tutti i contratti pubblici, molti dei quali sono scaduti nel 2001 e ancora in attesa di rinnovo. Come la Cgil intende affrontare l’emergenza e far riavviare la ripresa è noto: il recente accordo firmato con Cisl, Uil e Confindustria indica nella ricerca, nell’innovazione tecnologia dei prodotti, nelle infrastrutture necessarie, nella formazione scolastica e professionale le priorità cui imprese e governo devono far fronte per costruire le premesse di uno sviluppo qualitativamente robusto.
      Il modello che viene descritto impone un radicale cambiamento di politica economica e un esercizio alto della competitività del sistema Paese e delle sue imprese, alto perché
      fondato sui diritti del lavoro e su quelli di cittadinanza.
      Dopo i disastri dei tagli alla spesa pubblica e riduzione dei trasferimenti agli Enti Locali che si traducono immediatamente in riduzione qualitativa e quantitativa delle prestazioni dello Stato Sociale,perpetrati nel bilancio dell’anno in corso occorre invertire la tendenza.
      Sappiamo perfettamente, come Cgil, che non sarà possibile realizzare questi obiettivi senza una revisione radicale della politica delle entrate: in questo si misura la distanza
      profonda tra destra e sinistra. Il senso dello Stato, l’esercizio dei diritti di cittadinanza, un Welfare solidale e coeso si realizzano a partire da un sistema fiscale equo e redistributivo.
      La relazione tra questi assunti è forte, cogente, metonimica al punto tale che la disarticolazione di un solo elemento produce lo sfasciarsi della metafora.
      Detto tutto ciò, le aspettative sul prossimo Dpef sono inversamente proporzionali alle speranze che esso possa costituire un passo avanti nella soluzione dei problemi. Ci accontenteremmo in ogni caso di un documento realistico con dati plausibili che non costringano a continue revisioni. Per capirci, un tasso di crescita del Pil superiore all’1% è irrealistico. Un’inflazione programmata che non faccia i conti con l’attuale tasso del 2,7% confermerebbe il posizionamento di questo governo: dalla parte opposta, cioè, di lavoratori e pensionati.