“Commenti&Analisi” Disoccupazione da stagnazione (F.Sallusti)

02/09/2004





 
   

2 Settembre 2004
ECONOMIA


 
EUROPA
Disoccupazione da stagnazione

FEDERICO SALLUSTI


Il mercato del lavoro europeo è fermo. Negli ultimi quattro mesi nessun sussulto, anzi un silenzio assordante che sa sempre più di stagnazione, nonostante l’ottimismo dei politici di Bruxelles e dei banchieri di Francoforte. Per trovare una risibile variazione del tasso di disoccupazione calcolato da Eurostat, bisogna tornare indietro di ben cinque mesi. L’ultimo segnale di vita, peraltro negativo, risale a marzo: un +0,1% che ha portato l’indicatore al 9%, valore cui è da allora rimasto ancorato. Ieri l’Istituto di statistica europeo ha reso noti i risultati delle rilevazioni di luglio. Chi si attendeva novità è stato deluso. Il tasso di disoccupazione è stazionario, come si dice in termini tecnici, bloccato al 9% per quanto riguarda la zona euro. La stabilità della disoccupazione permane anche prendendo in considerazione i dati riferiti all’Europa a 15 paesi (8,1%), mentre per le rilevazioni fatte sull’Europa a 25, il 9% riscontrato segna una diminuzione dello 0,1% rispetto a giugno.

In sostanza, da qualunque lato si voglia vedere l’orizzonte, esso rimane invariato e tendente al cupo. Eurostat stima siano ben 12,7 milioni gli uomini e le donne disoccupate nella zona euro, numeri che, ovviamente, crescono prendendo in considerazione la versione «allargata» dell’Ue – in questo caso i senza lavoro diventano 19,3 milioni. Ma, al di là della portata del fenomeno, quello che deve destare maggior preoccupazione è l’andamento. Dal 2001, infatti, il tasso di disoccupazione e stato caratterizzato da una dinamica alternata di stasi e aumento, che ha portato la quota di disoccupati dall’8 al 9% nel giro di quattro anni. La Francia, la Germania e la Spagna vedono ormai da tempo un’emorragia continua di posti di lavoro e, soprattutto nei primi due casi, le difficoltà dei singoli paesi si riflettono sull’intera economia della zona euro. L’Italia non fa molto meglio dei propri partners. La disoccupazione nostrana – secondo le rilevazioni Eurostat, che sono leggermente differenti nei parametri rispetto a quelle Istat – si attesta all’8,5% e mostra un lievissimo (0,1%) miglioramento nei confronti di sei mesi prima (il riferimento per l’Italia è il confronto fra gennaio 2004 e luglio 2003). I piccoli paesi, escluso il Belgio, mantengono mediamente buoni risultati in termini assoluti, pur non manifestando dinamismo.

Anche la ripartizione per sesso non riserva sorprese. Sia il dato riferito alle donne che agli uomini non ha mostrato variazioni rispetto a giugno, mentre è in peggioramento dello 0,1% nei confronti del luglio 2003. Sempre particolarmente allarmante il dato che riguarda la disoccupazione giovanile. Nella zona euro, i minori di 25 anni senza lavoro sono il 17,4% e l’Italia, con il suo 27,1%, è ampiamente la peggiore. Per trovare giovani meno occupati bisogna arrivare in Polonia (39,1%), mentre Slovacchia e Lituania hanno diminuito l’incidenza della disoccupazione giovanile, ottenendo risultati migliori dell’Italia pur partendo da situazioni critiche.

Il problema occupazionale sta diventando sempre di più un’emrgenza in Europa, anche in considerazione delle forti pressioni che le aziende stanno esercitando per ulteriori flessibilizzazioni e sacrifici salariali. Storicamente, l’economia europea ha sempre avuto grosse difficoltà a mantenere vitale il mercato del lavoro, anche in condizioni cicliche favorevoli. Di certo la stagnazione economica, che in molti tuttora tentano di tenere sotto il tappeto, sta mettendo a dura prova il sistema occupazionale e i fragili equilibri che lo sostengono. La crescita sostenuta è sempre più un miraggio, come conferma anche l’indice Pmi degli acquisti del settore manifatturiero dell’eurozona, che è sceso ai livelli di guardia. L’ultima rilevazione, di ieri, ha mostrato un ribasso fino a 53,9 punti ad agosto, contro un livello di 54,7 a luglio. L’espansione industriale è dunque a un passo dalla stagnazione (50 punti) e, cosa peggiore, l’ostinata miopia della politica economica di Bruxelles/Francoforte, rischia di compromettere del tutto il tentativo di agganciare una crescita che sta perfino allontanandosi dagli Usa, verso lidi più a oriente.

Domani la Bce (Banca centrale europea) dovrebbe confermare il livello dei tassi di interesse – mostrando di non essere influenzata dai rialzi della Federal reserve americana e della Banca d’Inghilterra – a un livello comunque più alto dei dirimpettai atlantici. La rigidità delle politiche macroeconomiche europee – dal punto di vista monetario, ma soprattutto fiscale – pare essere un tabù intoccabile, ma la crescita economica non c’è e l’occupazione ne soffre.