“Commenti&Analisi” Disdire l’intesa del 23 luglio (G.Cremaschi)

26/05/2005
    mercoledì 25 maggio 2005

    Disdire l’intesa del 23 luglio

      Giorgio Cremaschi

      Secondo i dati ufficiali dell’Istat i salari sono aumentati più dell’inflazione. Così la Federmeccanica ha preso subito la palla al balzo per spiegare che i metalmeccanici non hanno alcuna giustificazione per le loro rivendicazioni contrattuali. E la Confindustria ha chiesto e ottenuto dal governo di fare la stessa cosa con i dipendenti pubblici.

        Ma la realtà è un’altra, lo dice lo stesso andamento dell’economia del paese, la recessione e la stagnazione in atto, sono figlie della caduta dei consumi di massa a causa dei bassi salari. Se fossimo i ricercatori dell’Istat useremmo di più l’elemento scientifico della prova sperimentale. Delle due l’una, o il paese è percorso da una gigantesca follia collettiva, per cui tutti credono di essere diventati poveri quando non è così, oppure i conti non tornano. Se la realtà dice una cosa e i dati un’altra, evidentemente sono i dati che hanno qualcosa che non va.

          Tuttavia anche secondo i dati della contabilità ufficiale, l’andamento dei salari nel nostro paese è il peggiore di tutti i paesi industriali avanzati. E non da oggi. Se si guarda alla dinamica delle retribuzioni italiane rispetto a quelle francesi, inglesi, tedesche, americane, giapponesi, dal ’90 ad oggi, scopriamo che le nostre paghe sono andate peggio di tutte le altre. Tanto è vero che un metalmeccanico della Corea del Sud, le cui retribuzioni nel ’90 erano utilizzate come spauracchio, così come oggi avviene per quelle cinesi, oggi guadagna più di un metalmeccanico italiano.

            Che cosa ha provocato quest’andamento pessimo delle retribuzioni in Italia? Nello stesso periodo le retribuzioni dei manager, i profitti complessivi delle imprese, le rendite finanziarie, le ricchezze da capitale, sono aumentate come nel resto del mondo. In Italia dall’inizio degli anni Novanta ad oggi, c’è stato un gigantesco passaggio di mano della ricchezza, dal mondo del lavoro a tutti gli altri.

              Una delle cause di tutto questo è il sistema nato con l’accordo del 23 luglio del 1993. Quell’intesa, che seguiva l’accordo dell’anno prima nel quale, con un sol colpo, veniva cancellata la scala mobile e bloccata la contrattazione, è all’origine della stagnazione dei salari in Italia. Sono le stesse regole dell’accordo ad averla determinata. Per alcune ragioni di fondo. Perché i meccanismi che disciplinano la contrattazione sul salario, sia a livello nazionale, sia a livello aziendale, hanno un doppio effetto negativo. Quando l’economia va bene, più di tanto non si può chiedere e quindi il salario perde l’oQuando l’economia va male, come oggi, viene negato anche il minimo dovuto, come sanno bene i pubblici e i metalmeccanici. Ma non c’è solo questo. Sono proprio i punti di riferimento dell’intesa del 23 luglio che impediscono al salario di inseguire la ricchezza reale. L’inflazione presa a riferimento per i contratti non è mai quella vera. La ricchezza reale del paese non viene mai presa in considerazione, ma si guarda solo all’andamento spicciolo dell’impresa.

              Ad esempio, se il presidente della Fiat guadagna 400 volte lo stipendio di un operaio e la famiglia Agnelli, nonostante la crisi aziendale, ha messo da parte una ricchezza finanziaria di qualche miliardo di euro, tutto questo non entra nella contrattazione dei metalmeccanici. Lo ha ribadito con chiarezza la Federmeccanica. Le regole impongono di guardare solo l’ultimo anello della catena della produzione del valore: allo sfruttamento materiale del lavoro. Tutto il resto della ricchezza è fuori controllo e fuori contratto, e infatti se ne va per conto suo.

                Per un periodo la Confindustria ha tentato di far saltare da destra l’intesa del 23 luglio. Ora mi pare che punti semplicemente a renderla sempre più rigida e oppressiva verso i salari. Negli anni Settanta l’ex governatore della Banca d’Italia, Guido Carli, divenuto presidente degli industriali, coniò una definizione che rimase famosa. Egli disse che bisognava togliere i lacci e i lacciuoli che frenavano la crescita dell’impresa e del suo profitto. Intendeva i salari, la contrattazione sindacale e lo stato e i diritti sociali. Da allora ad oggi mi pare che la situazione si stia esattamente ribaltando. Oggi è il salario sul quale pesano lacci e lacciuoli insopportabili, ancor di più di fronte alle sfacciate ricchezze che vengono ostentate e che fanno dire, giustamente, a Berlusconi che la crisi non c’è perché i soldi ci sono. Ci sono, sì, ma non nelle mani giuste. Di fronte al nuovo attacco ai contratti che viene dalla Confindustria e che verrà confermato dalla sua prossima assemblea, sarebbe ora che il sindacato uscisse dalla difensiva. Non si può continuare ad applicare un sistema che non ha prodotto risultati giusti, solo perché si teme di cadere in una situazione ancora peggiore. Così si perde sempre. Di fronte all’arroganza di un padronato che blocca i contratti pubblici e privati nonostante il disastro dei salari, è giunto il momento di disdettare senza rimpianti l’intesa del 23 luglio. All’inizio degli anni Ottanta i padroni cominciarono a disdettare gli accordi sulla scala mobile e nel giro di quindici anni fecero sprofondare i salari. Oggi la disdetta del 23 luglio deve diventare il punto di partenza per la risalita dei salari nella distribuzione della ricchezza e nella dignità sociale nel nostro paese.
                ccasione di crescere.