“Commenti&Analisi” Diritti uguali per chi lavora – di B.Ugolini

10/03/2003

            luzioni
            lunedì 10 marzo 2003
            commenti
            Atipiciachi di Bruno Ugolini

            DIRITTI UGUALI PER CHI LAVORA
            Ora la Cgil ha le sue proposte di legge. Sono quelle che hanno in qualche modo attirato l’attenzione (e le firme) di oltre cinque milioni d’italiani, nel corso di una mobilitazione popolare davvero senza precedenti. Il problema ora sarà riuscire a far valere quelle prese di posizioni di massa e l’elaborazione che ne è seguita.
            Sapendo che su molti aspetti le opinioni, anche nell’ambito del centrosinistra, sono diverse.
            Le tre proposte di legge d’iniziativa popolare riguardano, tra l’altro, l’estensione dei diritti e delle tutele nel lavoro. Sono, insomma,
            dedicate anche ai lavoratori cosiddetti «atipici».
            C’è l’obiettivo di riformare gli ammortizzatori sociali per dare ai lavoratori, soprattutto quelli delle piccole imprese, un minimo strumento di protezione del reddito.
            C’è quello di rendere veloci i processi del lavoro.
            C’è la volontà di estendere le tutele per i lavoratori delle aziende sotto i 15 dipendenti.
            E c’è, infine, il tentativo di evitare, per usare le parole di Guglielmo Epifani
            «che prolifichino quei rapporti di lavoro come i falsi parasubordinati e le prestazioni professionali, che sono utilizzati solo a danno dei diritti dei lavoratori».
            In che modo? Dando uguali diritti a tutti i lavoratori che prestano personalmente e continuativamente lavoro dipendente. L’idea non è
            quella, ad esempio per i Co.Co.Co., di ipotizzare uno specifico tipo contrattuale, con propri diritti e tutele. La proposta intende determinare
            le condizioni affinché l’ordinamento lavoristico vigente estenda la propria
            efficacia «anche alle situazioni in cui la prestazione di lavoro viene resa nelle modalità d’autodeterminazione della prestazione stessa,
            oggi caratteristica della collaborazione coordinata e continuativa». Insomma tutti eguali. Tutto ciò mettendo le mani nell’articolo 2094 del codice civile.
            C’è poi la questione dei contratti a termine dove già esiste una legge promossa dal governo di centrodestra e per la quale la Cgil ha testimoniato
            la propria opposizione. Ora chiede di reintrodurre, per la messa in atto
            di questi tipi di contratto, «causali legali e contrattuali collettive», con la predisposizione di nuovi diritti. Altre norme, studiate dalla maggiore Confederazione, sono tese a contrastare l’ultima novità in materia di forme
            di flessibilità: il ricorso, definito «improprio e strumentale», alla forma contrattuale dell’«associazione in partecipazione». Un’idea nuovissima che intende far passare i dipendenti come padroni o qualcosa del genere.
            La Cgil sostiene che qualora l’apporto del cosiddetto associato si concreti nella prestazione di un’attività lavorativa, il contratto di associazione
            in partecipazione si ritenga nullo ed in sua vece si consideri stipulato
            tra le parti un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Insomma un tentativo di tamponare la frantumazione del lavoro, un uso cattivo e selvaggio della flessibilità. Il problema è che intanto stanno passando leggi che aggiungono, invece di togliere e normalizzare. Ora stanno per essere messe in moto: il lavoro "a chiamata", "a progetto",
            "occasionale", "staff leasing", "job sharing", part-time "elastico". È però
            presumibile su questi aspetti uno scontro del governo con tutti e tre sindacati e non solo con la Cgil.
            Anche perché trattasi di novità che tentano di far fuori non solo
            la Cgil, ma la contrattazione, il sindacato stesso.