“Commenti&Analisi” Direzione giusta (E.Fornero)

07/10/2003



      Martedí 07 Ottobre 2003



      Direzione giusta


      di ELSA FORNERO

      La vera novità della riforma previdenziale approvata venerdì dal Consiglio dei ministri sta nella parziale anticipazione al 2008 del metodo contributivo di calcolo delle pensioni. Tale metodo, che fa dipendere i benefici dai contributi versati lungo tutta la vita lavorativa e dall’età al pensionamento, era già stato varato con la riforma del 1995, ma con un’entrata in vigore molto graduale che ne rinviava di fatto l’applicazione a circa il 2030. Si tratta di una novità abbastanza inattesa e certo di non poco conto, dato che essa prende di petto il nodo delle pensioni di anzianità, principale – anche se certo non unico – responsabile degli squilibri finanziari, e in parte anche delle iniquità, del nostro sistema pensionistico. Il modo in cui la nuova riforma propone di risolvere il problema contiene aspetti positivi e aspetti negativi. Anzitutto, anch’essa prevede un periodo di transizione, dal momento che le restrizioni alle pensioni di anzianità si applicheranno soltanto a partire dal 2008. La ragione del rinvio è duplice: anzitutto, è politicamente molto più facile fare i severi "a partire da dopodomani", soprattutto se si è in prossimità di scadenze elettorali (anche se ciò crea problemi di credibilità, ma i politici non sembrano preoccuparsene molto). In secondo luogo, il Governo ha buon gioco a sostenere che in questo modo "non fa cassa con le pensioni" e che pertanto le leggi finanziarie di questo e dei tre prossimi anni dovranno fare quadrare i conti senza tagli previdenziali. Come a voler dire che il problema sta nell’andamento di lungo termine dei conti, in conseguenza dell’invecchiamento della popolazione, e che per qualche anno ancora il Paese può permettersi di sperimentare strade meno severe, come gli incentivi proposti a partire dal 2004, sulla cui efficacia è lecito avanzare dubbi.
      Dal 2008, però, l’intervento c’è ed è pesante, consistendo sostanzialmente nell’abolizione delle pensioni di anzianità: da quella data infatti si andrà in pensione con i requisiti per la vecchiaia (65 anni
      per gli uomini e 60 per le donne) oppure si dovrà aspettare la maturazione dei 40 anni di anzianità contributiva, o ancora ci si potrà ritirare con più blanda combinazione "57 di età e 35 di contributi"
      avendo diritto, però, soltanto alla ben più misera
      pensione contributiva. Il lavoratore manterrà, quindi, e giustamente, il diritto di ritirarsi a un’età più giovane di quella prevista per la vecchiaia, ma dovrà "pagarsi" questo diritto accontentandosi del livello
      di benefici corrispondente ai contributi versati e
      alla sua più giovane età di pensionamento.
      L’aspetto positivo dell’intervento sulle pensioni di anzianità pertanto sta nella sua sostanziale coerenza rispetto al disegno previdenziale impostato con la riforma del 1995; ciò equivale di fatto a
      condividerne il disegno, a rinunciare a cercarne uno "migliore", o anche solo politica mente targato in modo diverso.
      A rafforzare questo aspetto di continuità dovrebbe però concorrere la correzione di altre due misure, ancora sospese nella delega previdenziale, ossia la decontribuzione a parità di pensione per i neoassunti e l’allineamento tra l’aliquota effettiva e quella di computo per i lavoratori autonomi.
      La prima misura, nata con l’intento positivo di
      ridurre il costo del lavoro, è del tutto contraria allo spirito del metodo contributivo; pertanto, se si vuole attuare una decontribuzione essa dovrebbe
      assumere la veste dell’opting out, ossia dell’opzione
      offerta ai giovani di devolvere a un fondo pensione una quota dell’aliquota oggi obbligatoriamente
      versata al sistema pubblico, con parallela
      riduzione della corrispondente promessa pensionistica. Oltre a rispettare la libertà di scelta dei lavoratori, ciò contribuirebbe a realizzare quella
      convergenza tra le aliquote delle diverse categorie (dipendenti e autonomi) che la riforma del 1995 non prevede neppure a regime, in modo peraltro scarsamente giustificato.
      L’aspetto negativo della nuova riforma è legato alle
      modalità di attuazione, ossia all’assenza di gradualismo nel provvedimento. Pur essendo senz’altro superabile dal punto di vista della sostenibilità finanziaria (nessuno realisticamente si aspetta un crollo del sistema previdenziale nei prossimi quattro anni in mancanza di interventi
      drastici), tale assenza fa sorgere un grave problema di equità tra chi andrà in pensione prima del 2008 e gli altri. Il governo sembra volerlo affrontare
      seguendo un percorso che si potrebbe definire
      sperimentale, ossia volere introdurre gli incentivi al posticipo del pensionamento riservandosi la possibilità, in caso del loro mancato funzionamento,
      di anticipare la scadenza del 2008. Per ora, tuttavia,
      questa rimane come la data alla quale scattano le misure draconiane.
      Già la riforma del 1995 ha creato rigide e ingiustificate barriere tra i lavoratori che sarebbero andati in pensione a età diverse, e gli effetti (in particolare la divisione tra quanti avevano 18 anni di
      contributi nel 1995, esclusi anche dal pro rata e quelli che erano al disotto, soggetti invece al pro rata) rappresentano ancora oggi un grave fattore di discriminazione.
      Quest’errore va sicuramente evitato: si riparla, in questi giorni, della possibilità di ritornare sul provvedimento ai fini di imprimere gradualità
      all’abolizione delle pensioni di anzianità. Ciò di per sé sarebbe positivo, purché la gradualità non parta dal 2008 ma da subito, in modo da realizzare un provvedimento al tempo stesso più equo e anche più efficace nel medio termine.