“Commenti&Analisi” Difficile la riforma pensioni senza una strategia sindacale – M.Bertoncini

08/07/2003

ItaliaOggi ()
Numero
160, pag. 1 del 8/7/2003
di Marco Bertoncini

È difficile che la maggioranza possa mettere mano alle riforme delle pensioni senza una strategia sindacale

Metter mano alla riforma pensionistica è sempre stata impresa ciclopica, e in ogni caso tale da procurare solo scontenti e mai riconoscenti. Anche perché, dopo la grande sbornia di elargizioni degli anni 60 e 70 (combattenti e dirigenti statali spinti a lasciare il posto con allettanti regali di anni e anni, incrementi delle pensioni legati non ai versamenti effettuati bensì alle somme percepite all’ultimo giorno, assegni generosamente donati e fatti passare per pensioni, e quant’altro), ormai si tratta solo di tagliare, rinviare l’età pensionabile, ridurre gli incrementi, computare le pensioni su base contributiva, chiudere le cosiddette finestre. Ossia, d’infastidire, quando non preoccupare, centinaia di migliaia e anzi milioni di persone, con l’aggravante che normalmente le reazioni più esacerbate provengono da quelle categorie che più delle altre hanno goduto di andazzi dimentichi di regole elementari di dare e avere: chi ha meno pagato e più ricevuto è colui che per solito più grida quando si accenna a rivedere il sistema pensionistico.

Quindi, l’impresa accennata nel corso della verifica, di affrontare il tema delle pensioni, non si prospetta facile. Andreotti ebbe ad affermare che ci sono due categorie di pazzi: quelli che si credono Napoleone e quelli che credono di risanare le ferrovie. Forse la terza categoria potrebbe comprendere quanti mirano a riformare l’universo delle pensioni. D’altro canto, o si agisce presto o non si sarà più in grado neppure di pagare quanto dovuto mensilmente. O si agisce in profondità o bisognerà, fra qualche anno, innalzare i contributi a livelli che determinerebbero la rivolta. Quindi, è senza dubbio positivo che l’argomento scottante venga finalmente affrontato, indipendentemente da sollecitazioni specifiche che possano giungere da sedi europee.

Certo, c’è il bruciante ricordo di quanto avvenne nell’autunno del ’94, regnando il primo governo Berlusconi: la protesta generale della base sindacale e l’isolamento di Dini, all’epoca ministro del centro-destra, con la Lega a giocare sull’altra sponda (e Mastella, anche lui ministro del centro-destra, sempre pronto a prendere le parti dei sindacati). E le avvisaglie non promettono niente di buono. Da parte del centro-sinistra, ed è scontato. Soprattutto, però, da parte delle confederazioni sindacali.

Ecco: i sindacati. Nervo scoperto del centro-destra. È mancata del tutto una politica sindacale della Casa delle libertà e, prima ancora, del Polo delle libertà. Questi alleati che, bene o male, stanno insieme, si separano, si riunificano, da quasi una decina d’anni, non hanno mai neppure studiato, non diremo applicato, una strategia sindacale. Né comune né individuale (di partito, intendiamo). Non è pensabile che una coalizione che per due volte ha vinto le elezioni, che conta sulle simpatie spontanee o rassegnate di milioni di italiani, non sia mai stata capace di predisporre una politica sindacale di lungo respiro. Nemmeno di corto, invero. Nei confronti delle confederazioni sindacali, la Cdl è vissuta e vive alla giornata.

Nel ’94 c’era chi pensava di avviare un rapporto preferenziale con la Uil, siccome considerata più malleabile delle due consorelle e, in quanto più debole, più propensa a trovare una sponda nella nuova maggioranza. Non se ne fece nulla. L’anno scorso la frattura in occasione del Patto per l’Italia, con la Cgil contrapposta anche rigidamente a Cisl e Uil, fece credere in una svolta, in un’inversione epocale di una tendenza che andava avanti dalla metà degli anni 60: l’unità sindacale predicata, perseguita e ottenuta parve azzerata. Invece, i legami sono tornati a rinsaldarsi. Si noti bene che la rottura dei vertici sindacali aveva già avviato un fenomeno a cascata, di fratture tra le federazione e i sindacati di categoria, con ricerca d’indipendenza da parte di ciascuna delle tre formazioni soprattutto nei rapporti con la rispettiva controparte datoriale. Poi, più nulla.

Così, si va avanti come capita. Non si sceglie la lotta frontale, che potrebbe recare, per esempio, a un drastico ridimensionamento di privilegi, vantaggi e lussi delle migliaia di sindacalisti professionisti, tagliando loro fondi e quindi unghie. Non si cerca un interlocutore preferenziale, per rompere il fronte delle tre maggiori confederazioni. Nemmeno si punta a un’esaltazione del ruolo delle confederazioni minori. Nulla. Anzi, talvolta si ha l’impressione che si faccia di tutto per agevolare sempre nuovi introiti ai sindacati, ai patronati, alle cooperative, tramite strumenti che vanno dai corsi di formazione agli enti bilaterali.

An tiene un rapporto diremmo storico con l’organizzazione tradizionalmente omologa, l’ex Cisnal diventata Ugl. Alla Cisl si rifanno in parte gli uomini dell’Udc. La Lega ha addirittura creato una micro-organizzazione, il SinPa, Sindacato padano, per pochi intimi. Alcuni esponenti di Fi guardano alle centrali autonome, come Cisal e Confsal. Ma è tutto episodico. A seconda degli interessi anche locali di questo o quel parlamentare, vengono gestite le relazioni sindacali. Manca del tutto una strategia nell’ambito delle singole forze politiche di maggioranza e ancor più all’interno dell’alleanza.

Come si pensa di realizzare uno straccio di riforma pensionistica, senza avere nemmeno un interlocutore tra le confederazioni? Come si crede di mettere insieme un pur parziale rabberciamento, senza contare su qualche simpatia dall’altra parte? Simili interrogativi probabilmente nemmeno se li sono posti, nel corso della verifica governativa. Vuol dire che si andrà avanti alla carlona, come sempre si è fatto, fidando nello stellone. Non è detto, sia chiaro, che non si riesca, alla fine, a far passare qualche provvedimento intelligente. Ma le premesse non depongono a favore.