“Commenti&Analisi” Dietro il boom del lavoro i sindacati si scoprono in crisi (G. Berta)

10/06/2004

    10 Giugno 2004


    INDAGINE DELLA CISL SUL PERIODO 1986-2002
    Dietro il boom del lavoro
    i sindacati si scoprono in crisi
    di Giuseppe Berta

    QUANTO pesa l’organizzazione sindacale nell’odierna società del lavoro? E la forza delle confederazioni è in declino oppure stabile? E ancora: il sindacato di domani dove avrà le sue radici? Queste domande sono destinate a tornare non appena si affronti la questione dell’evolversi delle relazioni industriali in Italia, tanto più nel momento in cui si riaffaccia il tema della concertazione e della ripresa di un dialogo robusto fra i grandi interessi organizzati. Sullo sfondo, c’è il problema della rappresentatività del sindacato, della sua capacità di continuare a interpretare le richieste del mondo del lavoro.
    Chi è attento a questo versante farà a bene a soffermarsi sui dati elaborati dal Servizio studi organizzativi della Cisl, raccolti e sinteticamente commentati in una ricerca sulla sindacalizzazione in Italia, che tenta di misurarsi con una prospettiva di lungo periodo, quella quasi ventennale della fase 1986-2002. Le cifre che vengono presentate sono relative soltanto alle due confederazioni maggiori, la Cgil e la Cisl; non di meno, sono sufficienti per trarre alcune indicazioni di carattere generale. Anzitutto, va osservato che il tasso complessivo della sindacalizzazione, calcolato sulla popolazione dei lavoratori attivi, è diminuito in maniera consistente, in quest’arco di tempo: il decremento supera lievemente il 18 per cento, con una discesa più marcata per la Cgil (-21,1 per cento) e un po’ meno accentuata per la Cisl (-14,1 per cento). Il passaggio cruciale in questo movimento discendente è avvenuto negli anni fra il 1994 e il ’98, quando l’occupazione industriale nelle aree economicamente più forti ha subìto un vero e proprio scrollone. Gli iscritti al sindacato sul totale degli attivi è così calato dal 33,7% del 1986 al 27,6% del 2002. In cifra assoluta, Cgil e Cisl raccoglievano nel 2002 4 milioni e 380 mila iscritti. Ancora una grande forza, ma il cui baricentro si è progressivamente venuto a spostare a favore dei pensionati, le cui iscrizioni sono cresciute mentre decrescevano quelle dei lavoratori attivi.
    Quando si guardi alla distribuzione territoriale degli iscritti al sindacato, si riscontra immediatamente il rilievo che continuano a possedere alcune regioni. La forza organizzata della Cgil è incardinata su due grandi regioni come la Lombardia e l’Emilia Romagna, che nel 2002 concentravano, la prima, 411 mila iscritti e, la seconda, 327 mila. Anche la Cisl è forte in Lombardia, dove nel 2002 poteva contare su un bacino di 360 mila aderenti. La Cgil è superata dalla Cisl per numero di iscritti in tre regioni: il Veneto, la Campania e la Sicilia.
    I tassi di sindacalizzazione appaiono ovunque in decremento, al Nord come nel Mezzogiorno. Nel contesto nazionale spicca però il Veneto, dove la contrazione è stata pari al 25%. Tuttavia, la flessione sindacale appare meno visibile per effetto della crescita del mercato del lavoro. In altri termini, se il numero di lavoratori dipendenti fosse rimasto costante dal 1986 al 2002, il numero degli iscritti al sindacato si sarebbe gravemente ridotto. A frenare la caduta, è stato dunque l’aumento del numero dei lavoratori, che ha contenuto la perdita del sindacato.
    La trasformazione che ha vissuto il mondo del lavoro italiano si riflette nel declino del numero degli aderenti alle organizzazioni dell’industria. I tessili aderenti a Cgil e Cisl sono diminuiti del 33 per cento; i chimici del 27 per cento, mentre i metalmeccanici sono quelli che, tutto sommato, fanno registrare il decremento minore: -18 per cento per la Fiom-Cgil, contro solo un -0,5 per cento della Fim-Cisl. Ma è chiaro che nell’industria il sindacato può soltanto cercare di difendere le proprie posizioni, limitando un’emorragia di iscritti su cui ha una diretta influenza l’andamento dell’occupazione industriale. Dove risulta in crescita è in settori come la scuola, il commercio, le banche, vale a dire comparti che sono tra i più esposti alla modificazione del rapporto di lavoro e in cui è più percepita l’efficacia della tutela sindacale. Segno che i processi di terziarizzazione del lavoro hanno inciso grandemente sulla struttura sindacale. Nel terziario il sindacato perde meno iscritti che nell’industria. E tuttavia ciò non autorizza a concludere che il futuro del sindacato stia nel variegato mondo delle occupazioni terziarie: gli iscritti alle organizzazioni dei lavoratori sono in aumento, ma il tasso effettivo di sindacalizzazione è nettamente inferiore a quello dell’industria. Addirittura, fra il 1986 e il 2002 la sindacalizzazione nel terziario ha conosciuto un decremento di oltre il 21 per cento.
    In sintesi, l’organizzazione sindacale è in ritirata, anche se essa è stata finora coperta dall’espansione dei posti di lavoro. Ma sono sempre meno i lavoratori attivi che decidono di iscriversi al sindacato. La concertazione, la presenza delle confederazioni nell’arena delle grandi scelte pubbliche, il ruolo dei servizi che le strutture di rappresentanza amministrano hanno avuto finora la conseguenza di rallentare e di oscurare la tendenza alla contrazione delle basi sindacali. Ma il problema resta e il sindacato italiano farà bene a porselo.