“Commenti&Analisi” Delirio di onnipotenza – di A.Schlesinger Jr

02/04/2003


mercoledì 2 aprile 2003

DELIRIO
DI
ONNIPOTENZA
Oggi noi americani viviamo nell’infamia

Arthur Schlesinger Jr.

            Siamo di nuovo in guerra: non a causa di un attacco nemico, come per la seconda guerra mondiale, né per un escalation del nostro intervento, come nella guerra del Vietnam, ma per una decisione deliberata e premeditata del nostro governo.
            Ora che ci siamo imbarcati in questa triste avventura, speriamo che il nostro intervento sia rapido e decisivo e che la vittoria arrivi con il minor
            numero di vittime tra gli americani, i britannici e i civili iracheni.
            Certo, dobbiamo continuare a domandarci perché il nostro governo
            abbia deciso di imporre questa guerra.

            Èuna decisione che riflette una svolta catastrofica nella politica estera degli Stati Uniti, una svolta che ha portato a sostituire la dottrina strategica
            del contenimento e della dissuasione, che ci ha condotto alla vittoria pacifica della guerra fredda, con la dottrina Bush della guerra preventiva. Il presidente ha adottato una politica di "autodifesa preventiva" pericolosamente simile alla politica adottata dal Giappone imperiale a Pearl Harbor, una data che, come ha detto un altro presidente degli Stati Uniti prima di lui, vive nell’infamia.
            Franklin D. Roosevelt aveva ragione, ma oggi siamo noi, gli americani, a vivere nell’infamia. L’ondata mondiale di simpatia che ha circondato gli Stati Uniti dopo l’11 settembre ha ceduto il passo a un’ondata mondiale di odio verso la nostra arroganza e il nostro militarismo. I sondaggi d’opinione nei paesi amici considerano George W. Bush una minaccia peggiore per la pace di Saddam Hussein. Le manifestazioni che si susseguono ogni giorno nel mondo, invece di denunciare le atrocità
            del presidente iracheno, attaccano gli Usa.
            La dottrina Bush ci trasforma in giudice, giurato e giustiziere del mondo per autodesignazione, una condizione che, per quanto siano virtuose le nostre motivazioni, corrompe i nostri dirigenti. Il 4 luglio del 1821, John Quincy Adams avvertiva che se le massime fondamentali della nostra
            politica "passassero, in forma inconsapevole, dalla libertà alla forza… (gli Stati Uniti) potrebbero diventare il dittatore del mondo. Smetterebbero di essere padroni del proprio spirito". Sono già considerevoli i danni collaterali subiti dalle nostre libertà civili e dai nostri diritti costituzionali,
            grazie al fanatico religioso che è responsabile della Giustizia, e altri ne arriveranno.
            Perché questa urgenza di entrare in guerra? Saddam Hussein possiede una forza militare molto inferiore rispetto al 1990, ancor più indebolita via via che gli ispettori delle Nazioni Unite hanno rivelato e distrutto altre armi. La causa che ci ha indotto a iniziare la guerra è tanto superficiale da sembrare stupida. È il tempo. Le truppe americane, a quanto ci dicono gli strateghi, perdono la posizione di vantaggio nel sole di mezzogiorno del Golfo Persico; quindi era necessario iniziare la guerra prima dell’estate. È una buona ragione per accelerare l’inizio dei combattimenti?
            In fin dei conti, abbiamo un esercito di professionisti e un esercito di professionisti non dovrebbe perdere la posizione di vantaggio tanto facilmente e rapidamente.
            Esiste il fondato sospetto che lottiamo contro l’Iraq perché è l’unica guerra che possiamo vincere. Non possiamo vincere la guerra contro Al Qaeda perché è un’organizzazione che attacca nell’ombra e subito dopo sparisce. Non possiamo vincere una guerra contro la Corea del Nord perché
            la Corea possiede armamenti nucleari.
            In realtà il pericolo rappresentato dalla Corea del Nord è molto più ovvio, presente e pressante di quello rappresentato dall’Iraq, e il nostro modo di trattare diversamente questi due paesi è un serio incentivo perché altri Stati irresponsabili costruiscano i loro arsenali nucleari.
            Com’è possibile che siamo finiti in una situazione tanto tragica senza un dibattito preventivo? Nessuna guerra è stata tanto annunciata. Nonostante le smentite, che erano una pura formalità, la decisione del presidente Bush di entrare in guerra era evidente fin da principio. Perché allora questa assenza di dialogo? A che si deve il crollo del Partito Democratico? Perché consentire che i movimenti d’opposizione cadano nelle mani di una sinistra infantile? Secondo me, i mezzi di comunicazione hanno una grande responsabilità. Ci sono stati sforzi per iniziare un dibattito al Congresso.
            I senatori democratici Edward M. Kennedy del Massachusetts e Robert C.
            Byrd della West Virginia hanno pronunciato discorsi energici e complessi contro l’entrata in guerra. I media, in larga misura, li hanno ignorati. Qualche filantropo ha dovuto pagare il "New York Times" perché pubblicasse il testo del lungo discorso di Byrd pronunciato il 12 febbraio
            come annuncio economico a tutta pagina; un discorso ignorato dai media quando fu pronunciato. La stampa ha dato grande importanza alle manifestazioni di massa ma, di converso, non ha riportato le argomentazioni ragionate contro la guerra.
            Secondo le inchieste, una maggioranza di americani, male informati, ritiene che Saddam abbia qualcosa a che fare con gli attentati di New York e contro il Pentagono e con la conseguente uccisione di quasi 3.000 innocenti. Saddam è una splendida figura di cattivo ma non ha nulla a che
            vedere con l’11 settembre. Molti americani, forse la maggioranza, credono che la guerra in Iraq sarà un colpo contro il terrorismo internazionale. Tuttavia, le prove raccolte nella regione mostrano chiaramente che servirà a facilitare il reclutamento di nuovi membri di Al Qaeda e di altre bande assassine.
            Che avremmo dovuto fare? E se i media avessero trattato equamente l’opposizione alla guerra? Esistono due solidi argomenti a favore del conflitto: Saddam potrebbe procurarsi armi nucleari in qualsiasi momento e il popolo iracheno merita la liberazione dalla sua mostruosa tirannia.
            Ma a differenza delle armi biologiche e chimiche, le armi nucleari – e i loro impianti di produzione – sono difficili da occultare. Ispezioni, controlli, intercettazioni telefoniche, spionaggio potrebbero svelare qualsiasi iniziativa nucleare da parte di Saddam Hussein. È possibile contenerlo
            e non è immortale.
            Un altro potente argomento è l’intervento umanitario, difficile da accettare in un governo in cui c’è gente che non ha sollevato alcuna obiezione alle atrocità di Saddam in materia di diritti umani quando l’Iraq era in guerra contro l’Iran. E, in ogni caso, abbiamo l’obbligo morale di lottare contro spregevoli tiranni ovunque essi siano?
            È incontrovertibile che Saddam sia un mostro. Ma questo significa che dobbiamo allontanarlo dal potere con la forza?
            "Dove si dispiegherà e sventolerà lo stendardo della libertà e dell’indipendenza", diceva Adams in quello stesso discorso del 4 luglio, "lì sarà il suo cuore, le sue benedizioni, le sue preghiere. Ma non andrà
            all’estero alla ricerca di mostri da distruggere".
            Ora andiamo all’estero a distruggere un mostro. Il dopoguerra, il
            comportamento degli Stati Uniti in Iraq e nel mondo, sarà la prova cruciale per vedere se la guerra è giustificata.
            Gli Stati Uniti come giudice, giurato e giustiziere del mondo per autodesignazione?
            "Dobbiamo accettare – ha detto una volta il presidente John F. Kennedy – che gli Stati Uniti non sono onnipotenti e onniscienti; che siamo solo il 6% della popolazione mondiale; che non possiamo imporre la nostra volontà al 94% dell’umanità; che non possiamo correggere ogni male né raddrizzare ogni avversità, e che quindi non può esserci una soluzione americana a tutti i problemi del mondo".

© Copyright Arthur Schlesinger Jr.
2003 El Pais