“Commenti&Analisi” Così si combatte il lavoro nero (D.Gruppi-I.Sandoni)

09/05/2005
      BOLOGNA
    domenica 8 Maggio 2005

    Così si combatte il lavoro nero

      Danilo Gruppi-Ivana Sandoni*
      *segreteria Cgil Bologna

        L’allarme lanciato dalla Cna, sulle numerose situazioni di irregolarità del lavoro presenti sul territorio regionale, non va lasciato cadere. Anzi, è persino confortante che importanti organizzazioni d’impresa comincino a percepire la gravità di un fenomeno che da un lato colpisce duramente le condizioni lavorative e, dall’altro, altera le condizioni minime per una competizione virtuosa tra le stesse imprese.

          Già nel febbraio scorso, presentando il numero zero del nostro Osservatorio sul lavoro e sull’economia, sottolineammo la estrema contraddittorietà di una situazione che registrava una crescita dell’occupazione e, contemporaneamente, delle sue caratteristiche di precarietà, insicurezza, irregolarità. Sono i numeri a parlare in modo inconfutabile: su 100 aziende visitate a Bologna l’Inps ne ha riscontrate irregolari il 71,8% nel 2002, il 73% nel 2003 e ben l’89% nel primo semestre 2004! Così come cresce, in controtendenza rispetto alla situazione nazionale, la dinamica infortunistica che, con oltre 23mila infortuni denunciati, è tornata ai livelli di 5 anni fa.

          Non si può che essere d’accordo, dunque, sulla gravità della situazione. L’imperativo deve però ora riguardare le azioni da mettere in campo per contrastare davvero questa deriva, a partire dall’esercizio compiuto delle responsabilità politiche, istituzionali e sociali. E, soprattutto, restando ancorati ad un elementare principio di realtà. Facciamo due esempi pratici. A Bologna e in Emilia domanda ed offerta nel mercato del lavoro non sono in equilibrio senza l’apporto di molte centinaia di lavoratori provenienti dall’esterno, e ciò vale in tutti i settori: industria, edilizia, terziario, agricoltura.

          Parte rilevante di questi lavoratori sono extracomunitari e clandestini, che vivono una condizione di assoluta ricattabilità: nel lavoro (privo di ogni tutela contrattuale e di sicurezza), nella ricerca di un alloggio (il più delle volte indecente), nella vita sociale (se scoperti, finiscono al Cpt e poi rimpatriati, grazie alla legge Bossi-Fini che non è affatto una legge che agisce da deterrente al lavoro nero).

            E questa tendenza, in quanto generata da «logiche» economiche reali, è destinata ad accentuarsi inevitabilmente senza l’adozione di misure premianti (a partire dal permesso di soggiorno e dall’alloggio), innanzitutto nei confronti di coloro che intendano denunciare condizioni di irregolarità, o peggio di illegalità come nel caso del caporalato. Possibile che le associazioni d’impresa, e la stessa Prefettura, non abbiano nulla da dire in proposito?

            L’altro esempio riguarda il regime dei controlli e delle sanzioni sulla regolarità e sulla sicurezza del lavoro. Tutti sanno che qualsiasi norma, per risultare efficace, deve essere corredata da un apparato sanzionatorio, altrimenti diventa una pura petizione di principio. Cioè una ghiotta occasione per furbi di ogni genere, già sufficientemente stimolati in questi anni da politiche di condoni e depenalizzazioni riconducibili al motto «arricchitevi comunque».

              Occorrono dunque più organici da adibire alle diverse attività di controllo e vigilanza (Ispettorato del Lavoro, Inps, Inail, Medicina del Lavoro), affinchè un’ispezione venga percepita dalle imprese come una cosa davvero possibile e non un’autentica fatalità com’è ora.

                Poi, naturalmente, c’è la politica industriale, ci sono i necessari interventi di qualificazione delle strutture produttive attraverso la formazione, la ricerca e l’innovazione, c’è il sostegno pubblico alla crescita della competitività. Ad una condizione, però: che non risulti più conveniente fare affari sulla manodopera illegale e a basso costo e su una progressiva frammentazione dei cicli lavorativi, che costituisce ormai una delle ragioni principali dell’insicurezza e della precarietà del lavoro.

                  Bene la denuncia della Cna, dunque, però attenzione a non guardare solo il dito che indica la luna.