“Commenti&Analisi” Così aumentano i prezzi (M.Deaglio)

24/06/2005
    venerdì 24 giugno 2005

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        LE STORTURE DEL SISTEMA DISTRIBUTIVO ALLA BASE DEL CAROVITA

          Ricarichi super e rigidità
          Così aumentano i prezzi

            È inefficiente e complicata la filiera dal produttore al consumatore
            Assorbe il 22% del pil contro il 14 degli Usa e meno del 20 nell’Ue

              analisi
              Mario Deaglio

                È ora di guardarsi in faccia, ha detto il Presidente della Confcommercio Sergio Billé nella sua severa e preoccupata relazione sullo stato della distribuzione e dell’intera economia nazionale. Per farlo, occorre però non limitarsi al momento in cui il consumatore acquista il prodotto; occorre andare dietro alle vetrine dei negozi e agli scaffali dei supermercati e considerare l’intero meccanismo della distribuzione che porta al consumatore finale i prodotti finiti dell’industria; bisogna, insomma analizzare l’intera «filiera» del commercio e non solo il suo anello finale.

                  Si scoprirà allora che questa «filiera» è complicata, inefficiente e costosa; tanto per fare un esempio, i «passaggi» dei prodotti alimentari freschi dal produttore al consumatore sono mediamente quattro, mentre in gran parte d’Europa sono soltanto tre.

                    Ogni passaggio ha il suo «ricarico», il che contribuisce a spiegare perché l’agricoltore incassi poco e il consumatore paghi molto senza che nessuno si arricchisca veramente. Riformare questo sistema vorrebbe dire, in sostanza, ridisegnarlo ed estromettere almeno qualche decina di migliaia di lavoratori o «aziendine» il che è politicamente difficilissimo oltre che socialmente doloroso.

                      Quasi ogni circuito distributivo presenta il proprio specifico tipo di difficoltà: talvolta i produttori accettano l’ordine solo se il numero di «pezzi» ordinati è molto alto, il che mette in difficoltà il piccolo commerciante, il quale del resto è spesso restio a mettersi assieme a qualche collega per creare consorzi che gli consentano l’acquisto a prezzi più bassi, in quanto teme di perdere la propria indipendenza. Altre volte il prezzo è imposto dal produttore, come per i libri e (salvo future eccezioni ancora da verificare) per i prodotti farmaceutici, e il singolo commerciante intraprendente può modificarlo solo in minima parte.
                      Altre volte ancora il prezzo è fissato, o consigliato, da associazioni di esercenti a livello locale. E come per molti tipi di consumazione al bar, ci sono alcuni servizi, come il taxi, le cui tariffe sono negoziate dall’associazione con il comune.

                        Tutto ciò crea rigidità che impediscono di fatto una vera concorrenza sui prezzi e, con le complicazioni che introducono, fanno crescere il costo della distribuzione; il sistema distributivo nel suo complesso assorbe quasi il 22 per cento del prodotto interno lordo, mentre negli Stati Uniti siamo al 14 per cento circa e in Gran Bretagna attorno al 15; anche paesi europei assai simili all’Italia, come la Francia, presentano in ogni caso cifre inferiori (20 per cento).

                          Si penserà allora che l’avvento della grande distribuzione possa cambiare radicalmente le cose. In realtà, sugli scaffali dei supermercati si ha l’esito finale di altre inefficienze. Il punto vendita della grande distribuzione non si limita a vendere ai consumatori i prodotti che ha in mostra; «vende» anche ai produttori lo spazio che i prodotti occupano sugli scaffali. Questo spazio è infatti «pagato» sotto forma di sconti da praticare al supermercato che è del resto anche venditore di prodotti che mette in commercio con il proprio marchio. Tutto ciò si traduce in una forma di dominio del mercato da parte di catene di distribuzione che divengono i canali di accesso prevalente dei consumatori ai prodotti e che si appropriano di una parte degli utili che altrimenti andrebbero ai produttori.

                            A questo dominio si potrebbe reagire imponendo alle grandi catene alcune regole come «scaffali liberi» per piccoli produttori innovativi oppure il mantenimento di qualche piccolo punto vendita in paesi o città dove gli ultimi esercizi commerciali rischiano di chiudere per l’attrazione esercitata dai grandi ipermercati delle periferie. Sarebbe questa una reazione alla «desertificazione» dei centri abitati, probabilmente coerente con uno stile di vita americano ma inaccettabile in un paese come l’Italia dove gran parte della vita di relazione è legata a vie sulle quali si affacciano i negozi.

                              Non si tratta certo di soluzioni facili e brevi e la morale di tutta questa storia è che non esistono ricette semplici o miracolose e occorre diffidare da quanti le offrono. In ogni caso maggioranza e opposizione non sembrano, al momento attuale, aver prodotto alcuna ricetta per affrontare globalmente il problema distributivo, mentre il precedente tentativo di riforma del commercio ha avuto solo limitati effetti positivi.

                                Nelle sue complicazioni e nelle sue storture il sistema distributivo riflette complicazioni e storture di tutta la società italiana; o si dispone della forza politica per modificarlo radicalmente, oppure il «guardarsi in faccia» rischia di diventare un esercizio di retorica.

                              mario.deaglio@unito.it