“Commenti&Analisi” Contratti: un nuovo modello (P.Ichino)

13/07/2005
    lunedì 11 luglio 2005

    pagina 1-18

    La sfida di Pezzotta

      Contratti
      Un nuovo modello

        di Pietro Ichino

        Al congresso della Cisl conclusosi sabato Savino Pezzotta ha detto chiaro alla Cgil che occorre risolvere in tempi brevi la questione cruciale, sulla quale il sistema delle relazioni sindacali in Italia è paralizzato da almeno un anno (in realtà, da molto di più): quella della funzione che deve essere attribuita al contratto collettivo nazionale di lavoro.

        Esattamente un anno fa il segretario della Cgil Epifani bloccò bruscamente la trattativa che la Confindustria chiedeva di aprire su questo punto, obiettando che occorreva prima raggiungere una proposta unitaria delle tre confederazioni sindacali maggiori; ma un anno è passato senza che queste facessero un solo passo avanti sulla via di un’intesa. Ora Pezzotta avverte: se tra Cgil, Cisl e Uil non si raggiungerà un accordo entro il 15 settembre, la Cisl presenterà alla Confindustria una sua proposta. Nel panorama internazionale, si contrappongono due modelli «forti»: quello del contratto collettivo nazionale che regola quasi tutto, lasciando le briciole alla contrattazione in sede aziendale, e quello che attribuisce il ruolo prevalente o esclusivo di regolazione alla contrattazione aziendale. Tra questi modelli si collocano le possibili soluzioni intermedie, più vicine al primo (come quella sperimentata in Italia da mezzo secolo), o più vicine al secondo. Tra gli economisti del lavoro prevale l’opinione che in Italia oggi sia preferibile uno spostamento deciso dal primo verso il secondo modello, per far sì che gli standard di trattamento possano meglio adattarsi alle diverse condizioni economiche regionali e aziendali. Si osserva che l’enorme diffusione del lavoro nero al Sud è causata dall’incapacità del nostro tessuto industriale meridionale di «reggere» lo standard di trattamento fissato dai contratti collettivi nazionali, negoziati da sindacati che rappresentano quasi esclusivamente lavoratori delle aziende medie e grandi del Centro-Nord.

        La Cisl e la Uil sono sensibili a questo discorso e favorevoli a spostare decisamente il baricentro del sistema della contrattazione verso la periferia. La Cgil no: Epifani ha risposto a Pezzotta dicendosi disponibile a tentare di nuovo un accordo su questo punto, ma che la Cgil «non considera una priorità» la modifica dell’assetto della contrattazione collettiva. La Confindustria, dal canto suo, sta elaborando una proposta, assai incisiva e articolata, che sostanzialmente accoglie le indicazioni provenienti dalla maggior parte degli economisti, non solo sulla struttura della contrattazione ma anche sulla struttura del rapporto di lavoro: perché possano aumentare le retribuzioni, aumentarne la porzione legata ai risultati aziendali e/o individuali. Un trattamento che incentivi di più la produttività collettiva e individuale – sostengono gli industriali – farà aumentare la «torta» da spartire.

        Aumenteranno le disuguaglianze in seno all’area del lavoro protetto, ma si potrà combattere più efficacemente la disuguaglianza peggiore, tra lavoro protetto e lavoro nero.

        Queste essendo le posizioni in campo, l’unica soluzione politicamente immaginabile in tempi brevi sembra essere quella di conservare la funzione attuale del contratto collettivo nazionale (ovvero: non ridurre la porzione delle condizioni di lavoro che esso disciplina), ma consentirne la derogabilità ai livelli inferiori: ovvero consentire che discipline diverse possano essere stabilite da contratti regionali, territoriali o aziendali, purché stipulati da coalizioni sindacali che, in seno all’azienda o zona interessata, abbiano il sostegno maggioritario dei lavoratori.

        Questo implica, ovviamente, la messa in opera di un meccanismo di censimento dei consensi nei luoghi di lavoro che consenta di stabilire con precisione qual è la coalizione sindacale maggioritaria non solo in una azienda, ma anche in una zona, in una regione o in un settore industriale: punto molto dolente, questo, per la Cisl. Ma se si leggono in filigrana la relazione e le conclusioni di Savino Pezzotta al congresso della settimana scorsa, si può osservare che su questo punto egli ha lanciato tre messaggi molto importanti a Cgil, Uil e Confindustria: 1. ha detto che oggi non è tempo di unità sindacale organica ma di pluralismo, in una cornice di rispetto reciproco che consenta il confronto costruttivo tra linee d’azione diverse; 2. sulla misurazione della rappresentatività dei sindacati, ha chiuso la porta soltanto a un intervento legislativo, ma non a un accordo interconfederale che ben potrebbe istituire e regolare compiutamente il meccanismo necessario; 3. infine ha accettato la sfida che quel meccanismo comporta, dicendo che – in un quadro di rispetto reciproco e di «valorizzazione delle differenze come ricchezza del movimento sindacale» – la Cisl accetta la sfida del principio maggioritario.

        Ora tocca alla Cgil dire se è disponibile alla costruzione di questa cornice condivisa, capace di valorizzare il pluralismo sindacale; o se invece preferisce restare arroccata in difesa dello status quo.

        Pietro Ichino