“Commenti&Analisi” Contratti, un modello per il rilancio (N.Cacace)

05/10/2004


            martedì 5 ottobre 2004

            sezione: COMMENTI – pag: 8

            Il Paese ha bisogno di superare i dissensi puntando a una contrattazione moderna con due obiettivi: far partecipare i lavoratori alla ricchezza prodotta e assecondare gli sforzi competitivi delle aziende
            Contratti, un modello per il rilancio
            di NICOLA CACACE
            Gli ultimi dati — risalenti al mese di luglio — su produzione industriale e consumi entrambi calanti, malgrado la ripresa dell’export (+5,8%) sono segnali precisi da cui tutti devono partire per agire. Nessun Paese ha avuto una domanda interna che ha contribuito così poco al P il, con salari unitari cresciuti in un decennio solo del 35%, come l’inflazione, mentre il Pil cresceva del 61% e i redditi da capitale produttivo dell’87% (Conti nazionali).
            Ci sono delle concause della crisi, nanismo industriale, debito pubblico, infrastrutture arretrate, bassi investimenti in tecnologie e ricerca, invecchiamento della popolazione, inefficienza e costi della Pa, ma il buco della domanda interna e la difficoltà delle imprese a fare il salto di qualità imposto dall’euro, restano le due cause principali.
            Come si posizionano oggi imprenditori e sindacati davanti alla crisi? I primi non male anche a giudicare dalle recenti prese di posizione della Confindustria, del tipo: ! coi bassi salari non si va da nessuna parte, tantomeno fare il salto di qualità necessario, " non è giusto imporre ai contratti nazionali tassi di inflazione programmata sistematicamente inferiori all’inflazione reale, # la contrattazione decentrata prevista nell’accordo di concertazione del ’93 come sede per ripartire i frutti della produttività resta un diritto da confermare.
            Quanto ai sindacati appaiono ancora senza esito gli sforzi per dare risposte unitarie alle sfide che la gravità della crisi impone. Non riescono a concordare una data d’inizio per la trattativa con la Confindustria sul modello contrattuale e ancora non avviano la Commissione sindacale concordata da tempo per definire una piattaforma confederale unitaria. Tutto questo avrà sicuramente giustificazioni in problemi aperti all’interno delle Confederazioni e tra di esse, ad esempio l’attesa che i tre sindacati dei meccanici concludano positivamente i loro incontri per una piattaforma unitaria per il prossimo rinnovo del contratto dei metalmeccanici, o l’attesa per la conclusione di contratti nazionale scaduti da tempo come statali, autoferrotranvieri, ecc.
            Ma la gravità della crisi attuale non tollera questi tempi.
            Proverò pertanto a indicare alcuni "nodi del dissenso" sul modello contrattuale tra Cgil, Cisl e U il, dissensi che ai più sembrano più formali che reali. ! Struttura dell’accordo di concertazione del luglio 1993, basato sul riconoscimento di due livelli contrattuali, nazionale per il mantenimento del potere d’acquisto e decentrato per la ripartizione dei frutti della produttività. L’accordo andrebbe riconfermato, a tre o a due se il governo non ci sta, con semplificazioni e qualche chiarificazione; come ad esempio quella di definire «un diritto di tutti i lavoratori a partecipare ai frutti della produttività mediante contratto aziendale o territoriale», prevedendo tempi e strumenti perché questo possa realizzarsi, anche in ottemperanza all’articolo 36 della Costituzione (salario equo).
            E andrebbe subito fissata una data per l’inizio del negoziato, con l’impegno a definire entro tale data una posizione sindacale unitaria. " Inflazione di riferimento. Dopo 10 anni in cui la dinamica di inflazione programmata stabilita dai governi non è stata mai concordata, come prevedeva l’accordo del ’93, (per la definizione di detta dinamica sarà tenuto conto delle politiche concordate nelle sessioni di politica dei redditi), ed è stata sistematicamente inferiore alla dinamica reale, basterà riconfermare la procedura e soprattutto farla rispettare.
            Qui le differenze tra quanti parlano di sostanziale rispetto dello spirito del ’93 (inflazione concordata nelle sessioni di politica dei redditi) con l’aggiunta che, in caso di assenza della concertazione a tre, l’inflazione di riferimento sia concordata dalle parti sociali, e tra quanti parlano direttamente di inflazione reale non mi sembrano abissali. Perché l’inflazione reale è sempre un dato ex-post (quella del 2004 la sapremo all’inizio del 2005) e perché niente e nessuno vieta, stante le condizioni e il potere contrattuale, di negoziare, al momento, una inflazione di riferimento prossima a quella (che sarà) l’inflazione reale. Anche per non prestare il fianco alle accuse di un ritorno agli automatismi della scala mobile, automatismi bocciati anche da un referendum e per evitare che quel 20%-30% di imprese oggi in bilico sia spinta al fallimento o all’immersione da contratti nazionali troppo onerosi.
            -Indicatori di produttività aziendale o territoriali. Chiarito che contrattazione aziendale e territoriale sono alternative, cioè non si sommano, a livello del Ccnl si potrebbero indicare, a titolo esemplificativo non esaustivo, una serie di parametri utilizzabili nella contrattazione decentrata per orientare la cosiddetta ripartizione dei frutti della produttività. Al fine di far partecipare tutti ai frutti dell’aumento di ricchezza reale e non ripetere quanto successo nel decennio 1993-2003 e soprattutto nell’ultimo quadriennio (50 miliardi di euro persi dai lavoratori dipendenti e 30 dai lavoratori autonomi se si fossero mantenute nel Pil le rispettive quote del 1993) si possono proporre una serie di indicatori fisici come la produzione per testa o per ora, o monetari come il Mol (margine operativo lordo) al netto dell’aumento dei prezzi. In conclusione, la gravità della crisi del Paese impone a tutti, sindacati in prima linea, di mettere da parte dissensi superabili e dare segnali precisi, accelerando i tempi del varo di un modello contrattuale che abbia chiaramente due obiettivi: a) Far partecipare tutti i lavoratori, a differenza del passato, a una equa ripartizione della ricchezza prodotta per motivi economici oltre che sociali, rilancio dei consumi (gli investimenti seguiranno) e della crescita; b) contribuire alla modernizzazione del Paese, con contratti nazionali sopportabili dalla generalità delle imprese (anche di quelle, e non sono poche, che oggi boccheggiano per la crisi) e con contratti aziendali o territoriali che, basati su parametri quanto più "oggettivi" possibili, assecondino gli sforzi delle aziende di promuovere innovazione, qualità e competitività anche rimuovendo pigrizie imprenditoriali che la passata pratica di svalutazioni competitive avevano diffuso. La crisi è grave ma il Paese vuole reagire, come dimostra la ripresa dell’export. Urgono segnali positivi sia di politica industriale (si parla piuttosto di tagli agli incentivi?) che di rapporti sindacali più sereni basati su un nuovo Patto dei produttori, moderno e condiviso.