“Commenti&Analisi” Contratti, la lezione Mortillaro (R.Delvecchio)

06/07/2005
    mercoledì 6 luglio 2005

    ITALIA LAVORO – pagina 20

    INTERVENTO

      Contratti, la lezione Mortillaro

      di Raffaele Delvecchio*
      * Master di Scienze applicate del lavoro
      Università La Sapienza di Roma
      Già nel 1991 scriveva: «Il sistema da
      adottare deve essere il più elastico possibile
      per adattarsi nel tempo»

        Dieci anni fa moriva il professore Felice Mortillaro. Un anniversario di cui mi sono ricordato perché nelle settimane scorse, volendo orientarmi nel dibattito sulla riforma degli assetti contrattuali, sono andato a rileggermi i suoi scritti raccolti da Giulio Sapelli nel volume «La via italiana al capitalismo» , edito da «Il Sole 24 Ore» nel 1997. Mortillaro nel 1991 scriveva sul numero di aprile di «Realtà industriale» che nel secondo dopoguerra « l’economia italiana ha subito l’imposizione sindacale di far convivere i due sistemi applicati nei paesi industriali, per stabilire le retribuzioni dei lavoratori dipendenti: quello centralizzato e quello decentrato aziendale o territoriale » . Mortillaro intendeva criticare la pluralità di stimoli esogeni sul costo del lavoro: «Bisognerebbe— scriveva — stabilire se si vuole un sistema accentrato o un sistema decentrato, ancora si dovrebbe essere coscienti del fatto che non esistono applicazioni generalizzate, codificate e ancor meno obbligatorie, di salario di produttività» . E a Massimo Mascini in un’intervista pubblicata su « Il Sole 24 Ore » dirà: « Qual è il sistema più conveniente io non lo so e poi siamo sicuri che tutti i settori indistintamente possano essere interessati a un uniforme sistema salariale? Io sono nemico delle riforme fatte a tavolino, il sistema da adottare deve essere il più elastico possibile, per adattarsi nel tempo» .

        Queste preoccupazioni espresse nel 1991 vengono confermate due anni dopo, dopo che sarà firmato il protocollo del ‘ 93. In un inedito scriveva infatti: « È presto per parlare di intesa storica » . Insomma la sua preoccupazione era che non si riuscisse a porre rimedio all’anomalia italiana di applicare non un unico sistema contrattuale bensì entrambi quelli presenti nel catalogo comparativo, finendo così per sanzionare l’obbligo del secondo livello. Bisogna dire a distanza di dodici anni, che quel protocollo ha conseguito l’obiettivo sperato fugando le preoccupazioni di Mortillaro. L’alternativa alla fine della scala mobile era stata prefigurata da tempo. La si trova anticipata in una lettera del 1983 inviata da Ezio Tarantelli a Franco Modigliani in cui si metteva in evidenza la necessità di far perno su predeterminazione del tasso d’inflazione presa a riferimento per la dinamica dei salari e percentualizzazione del punto di crescita.

        Bisogna riconoscere che Tarantelli e gli altri operatori e studiosi seppero darci linee interpretative convincenti e in sintonia con il comune sentire, avendo dissodato ben bene il terreno dell’analisi del problema. Ma ritorniamo alle preoccupazioni del professore. Per evitare la generalizzazione del secondo livello, nel corso del negoziato che portò al protocollo del ‘ 93, Luigi Abete, allora presidente di Confindustria, chiese a più riprese che la contrattazione aziendale venisse esclusa per aziende rientranti sotto una certa soglia dimensionale.

        Il Governo non assecondò questa soluzione secca e preferì propendere per una condizione d’accesso non discriminatoria ma " inclusiva" in funzione della competenza aziendale a individuare, regolare e definire premi di produttività realmente incentivanti. Certo il sistema che sinora ha tenuto, mostra difficoltà proprio su questo lato, perché i lavoratori esclusi chiedono di essere ammessi a questi premi. Ma sarebbe davvero un peccato se inseguendo buone intenzioni, le parti sociali approdassero a un qualcosa che non sia nel comune sentire, che non risponda cioè a convenienze reali come in ogni contratto.

        La prima condizione da rispettare per cambiare è la conoscenza reale dei problemi e dei dati caratterizzanti la nostra situazione: ad esempio, differenza fra le piccole e grandi aziende. La seconda condizione rinvia alla necessità di indicare l’obiettivo: pagare di più, pagare di meno, pagare meglio. La terza condizione è di garantire la governabilità del sistema salariale.