“Commenti&Analisi” Contratti a due livelli (M.Tiraboschi)

17/06/2004


        sezione: EUROPA
        data: 2004-06-17 – pag: 1 e 4
        autore: MICHELE TIRABOSCHI
        Contratti a due livelli
        di MICHELE TIRABOSCHI
        Dopo l’accordo della scorsa settimana sul telelavoro, siglato da Cgil, Cisl, Uil e 20 associazioni datoriali, prendono avvio in questi giorni le prime prove tecniche di dialogo tra imprese e sindacati. Le cronache segnalano una fitta agenda di incontri tra Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria, e i leader delle tre centrali sindacali. Merito indubbiamente del new deal avviato dal presidente degli industriali, Luca Cordero di Montezemolo che nell’annunciare l’apertura di una nuova stagione di dialogo e confronto tra le parti sociali ha smosso le acque stagnanti del dibattito politico e sindacale.

        Da qui a parlare di una nuova stagione di concertazione il passo appare tuttavia ancora lungo. Lo ha riconosciuto con la consueta lucidità Savino Pezzotta, sul Sole-24 Ore di martedì, stroncando in radice ogni equivoco e artifizio terminologico. Nulla vieta alle parti sociali di definire obiettivi strategici comuni in un "tavolo a due". Ma questa, come insegnano gli esperti di relazioni industriali, è più propriamente la logica della contrattazione collettiva che, per definizione, è bilaterale. La concertazione, per contro, è trilaterale. Presuppone cioè un "tavolo a tre", con sindacati, imprese e Governo. E questo, a maggior ragione, quando i grandi temi su cui le parti sociali sono chiamate a confrontarsi riguardano lo sviluppo economico e la coesione sociale. La recente intesa sul telelavoro, per intenderci, può certamente essere giudicata come un primo passo importante per valorizzare il protagonismo delle parti sociali e sostenere concretamente il nuovo clima di collaborazione e dialogo. Ma interventi di questo tipo non bastano ancora per far parlare di rilancio della concertazione. La palla, che lo si voglia o no, è ora saldamente nelle mani del Governo che, soprattutto dopo gli esiti della consultazione elettorale, è chiamato a decidere in tempi brevi se assecondare il nuovo clima, rilanciando un patto sulle politiche economiche e sociali, o farsi travolgere dalla voglia di nuovo che emerge dal Paese reale e dai corpi intermedi. Molto dipenderà, naturalmente, anche dall’atteggiamento delle stesse parti sociali. Se la concertazione verrà cioè intesa e perseguita come un rito formale, che trova giustificazione in se stessa, e per questo da irrigidire con prassi, regole e procedure come accadde nel 1998 con il Patto di Natale, o verrà invece riproposta come metodo di lavoro utile al conseguimento di obiettivi strategici di volta in volta condivisi tra tutti gli attori sociali e il Governo. La si chiami allora come si vuole: concertazione, concertazione strategica, dialogo sociale. Resta tuttavia fuori discussione che, rispetto agli accordi del 1993 e del 1998, la necessaria transizione da una politica di contenimento dei salari e di risanamento dei conti pubblici a una più ampia politica per lo sviluppo e l’inclusione sociale — una politica d’attacco, come l’hanno definita i giovani industriali nelle tesi di Santa Margherita — impone l’adozione di un metodo di confronto agile e duttile, tale in ogni caso da consentire una chiara distinzione delle reciproche responsabilità tra Governo e parti sociali. Un metodo che, proprio in quanto agile e duttile, richiede di essere sperimentato a partire dal territorio, perché è nel territorio che si crea ricchezza e si realizzano le migliori condizioni per la sua equa redistribuzione. Pregiudiziale a un effettivo rilancio della concertazione pare allora anche la definizione di un nuovo modello contrattuale, che sia maggiormente coerente con i cambiamenti del mondo del lavoro, della economia e della società. La centralizzazione della contrattazione collettiva, stabilita negli accordi del 1992 e del 1993, ha contribuito al risanamento della finanza pubblica e alla riduzione del tasso di inflazione proprio grazie al contenimento delle dinamiche salariali. Tuttavia, in una situazione di modesta inflazione e con margini rivendicativi ammessi solo in funzione di incrementi di produttività, il sistema contrattuale a due livelli delineato nell’accordo del 1993 ha mostrato tutti i suoi limiti. Gli assetti della contrattazione collettiva non risultano oggi sufficientemente articolati per cogliere le specificità dei mercati del lavoro su base territoriale, comprimendo così le enormi potenzialità delle politiche locali per l’occupazione e lo sviluppo. Ma anche la stessa contrattazione aziendale, che pure avrebbe dovuto accrescere la parte variabile della retribuzione e garantire flessibilità al sistema contrattuale, è stata insoddisfacente, limitandosi a erogazioni di tipo tradizionale solo eccezionalmente collegate a parametri oggettivi di produttività. Ne sono risultati ostacolati gli aggiustamenti relativi dei salari e con essi, ancora una volta, gli sforzi sul versante delle politiche per l’occupazione e lo sviluppo. È su questi temi che dovrebbe ora concentrarsi il confronto tra le parti sociali in modo da mettere chiaramente il Governo di fronte alle proprie responsabilità. Una maggiore enfasi sulla contrattazione aziendale e territoriale, lungi dal decretare la morte della politica dei redditi, potrebbe in effetti risultare coerente sia con il superamento di una logica di pura e semplice moderazione salariale sia con l’esigenza di rendere maggiormente effettivo il criterio generale di coerenza complessiva del sistema negoziale, già presente nel protocollo del 1993, in modo da tenere nel debito conto l’insieme delle voci di costo determinate nelle diverse sedi negoziali. Una volta spostato il baricentro del sistema contrattuale dal livello nazionale a quello aziendale e territoriale sarebbe peraltro possibile garantire non soltanto una più efficace distribuzione della produttività, ma anche una maggiore diffusione di quegli accordi sulla nuova organizzazione del lavoro che da tempo ci sollecita l’Unione europea e che stanno alla base della innovazione e dell’investimento in capitale umano. Concetti questi tanto spesso retoricamente richiamati quanto poco praticati.