“Commenti&Analisi” Consumi a secco (Galapagos)

27/09/2004

        venerdì 24 febbraio 2004

        EDITORIALE
        Consumi a secco

        GALAPAGOS

        L’economia italiana è ferma. Anzi più che ferma sembra aver messo la retromarcia. L’unico elemento dinamico – ci dicono i dati Istat – sembra essere la ripresa dell’export. Per il resto è zero assoluto, soprattutto per quanto riguarda i consumi che sono in tutti i paesi del mondo la parte preponderante della domanda. Ieri l’Istat ha diffuso un paio di dati che dovrebbero far riflettere. Il primo riguarda il «movimento alberghiero» a Ferragosto; il secondo le vendite al dettaglio in luglio. Il primo dato ci dice che il turismo è in crisi: – 4,3% gli arrivi e – 3,9% per le giornate di presenza nel periodo più caldo (turisticamente parlando) dell’anno. E mentre la flessione per gli stranieri è contenuta, per gli ospiti italiani c’è un crollo del 6,1% negli arrivi e poco meno per le presenze. «Ben gli sta», verrebbe da dire: gli alberghi negli ultimi anni hanno aumentato i prezzi in maniera oscena e forse un po’ di crisi farà bene agli albergatori. Purtroppo a essere penalizzati non sono solo loro: le prime vittime sono i clienti costretti a meno giorni di ferie, a meno vacanze da un potere d’acquisto che si riduce sempre di più.

        E la conferma arriva dai dati sulle vendite al dettaglio: in luglio sono diminuite complessivamente dello 0,3% rispetto al luglio dello scorso anno. E sono diminuite anche (dello 0,4%) rispetto al precedente mese di giugno. Apparentemente poca cosa. Se non fosse per una avvertenza che fa l’Istat: «Occorre tenere presente che i dati si riferiscono al valore corrente delle vendite e incorporano, quindi, sia la dinamica delle quantità sia dei prezzi». In altre parole il dato sulle vendite è un po’ «truccato»: considerando la crescita dei prezzi, il decremento annuale delle vendite si avvicina al 3% e lo supera abbondantemente per quanto riguarda la piccola distribuzione. Di più: il dato parzialmente positivo (0,3%) per i prodotti alimentari nasconde un inflazione superiore che ad agosto era al 3,4%.

        Gli italiani, insomma, non consumano. Questo può far felice chi si oppone al consumismo più o meno sfrenato. Però bisogna fare dei distinguo. Intanto capire perché non si consuma e poi cercare di capire se i soldi non spesi per beni materiali non siano per caso destinati ad acquistare beni immateriali, cioè servizi. Sul primo punto non ci sono dubbi: la diminuzione dei consumi è frutto di una diminuzione dei redditi della maggior parte degli italiani. E non fa differenza se la diminuzione sia stata provocata da un aumento dei prezzi o da un incremento troppo piccolo dei salari. Rimane il fatto che la diminuzione dei consumi è accompagnata da una diminuzione del risparmio. Un segnale che gli italiani in ogni caso consumano di meno, pur spendendo di più.

        Quanto ai servizi (che non sono in vendita nei negozi al dettaglio) da un paio di anni stiamo assistendo a una crescita esponenziale dei prezzi e delle tariffe: per gli ex monopolisti pubblici e i liberi professionisti, insomma, la pacchia continua.