“Commenti&Analisi” Confindustria ci ha deluso sui contratti (G.Cazzola-M.Tiraboschi)

27/07/2005
    mercoledì 27 luglio 2005

    OCCASIONI. - di Giuliano Cazzola e Michele Tiraboschi

      Confindustria ci ha deluso sui contratti
      Si paga un prezzo troppo alto alla Cgil

        A leggere le indiscrezioni si era avuta l’impressione (ma forse era solo una speranza) che la Confindustria stesse preparando – sul tema della riforma della struttura della contrattazione – un documento innovativo, attento a
        quanto è all’ordine del giorno nel dibattito in corso in altri paesi europei e orientato, in Italia, a valorizzare le proposte – per altro caute – della parte maggiormente riformista del sindacalismo confederale. La sola che, al di là
        delle dichiarazioni di rito, pare oggi pienamente consapevole del ruolo strategico degli assetti contrattuali rispetto ai temi della competitività e dello sviluppo. Luca Cordero di Montezemolo all’assemblea annuale di Confindustria aveva annunciato il proposito della sua organizzazione di rompere ogni indugio (il confronto tra le parti sociali sulla riforma contrattuale non è mai concretamente iniziato) e di assumersi la responsabilità di avanzare una proposta da discutere con le controparti disponibili, pur auspicando un atteggiamento unitario da parte di Cgil, Cisl e Uil. In quella occasione il presidente degli industriali aveva lasciato intendere di immaginare un modello di contrattazione meno ingessato, in grado cioè di tener conto dei differenziali di produttività. E comunque ben lontano dall’impedire drasticamente al secondo livello di promuovere – anche in chiave meramente derogatoria, sull’esempio della esperienza di Germania, Francia e Spagna – azioni o rivendicazioni intese a modificare, integrare o innovare quanto già formato oggetto di accordo a livello centrale. Dal Congresso della Cisl era venuta una risposta positiva e determinata, al punto da indurre Guglielmo Epifani ad abbandonare la posizione elusiva tenuta fino a quel momento. Ma non solo: Savino Pezzotta aveva anche tracciato nella sua relazione introduttiva le linee generali del progetto della Cisl, rivolto a potenziare e a
        rafforzare il livello della contrattazione decentrata, aziendale e territoriale (destinato a conquistare l’effettiva centralità nel sistema), mentre la
        contrattazione nazionale, resa più uniforme per grandi comparti, si avviava
        a ricoprire il ruolo di normativa sui trattamenti minimi. Un progetto solido e realmente innovativo. Certamente in linea con la tradizione cislina, ma al tempo stesso il solo in grado, tra quelli sin qui delineati, di dare puntuale attuazione alle raccomandazioni del Consiglio Europeo definite nell’ambito della Strategia europea per la occupazione. Raccomandazioni che contengono da tempo un esplicito invito al nostro paese a rafforzare drasticamente la contrattazione decentrata (non solo a livello aziendale, ma anche in ambito
        regionale, locale e settoriale) e rendere così più flessibile la struttura della
        retribuzione. Del resto che sia indispensabile nel nuovo contesto competitivo un regime salariale e normativo più collegato all’effettiva produttività del lavoro viene riconosciuto oggi anche dalla Svimez, con riferimento al Mezzogiorno. «Si consideri, infatti – è scritto nell’ultimo rapporto sull’economia del Sud – che sul versante del costo del lavoro l’essere inseriti in una nazione sviluppata comporta per la parte in ritardo un costo del lavoro più elevato».

        Per ora, invece, le esili speranze di cambiamento sono andate deluse. Nella
        riunione della Consulta dei presidenti e della Giunta del 21 luglio scorso, la Confindustria ha battuto in ritirata rinchiudendosi nella Fortezza dei Tartari del protocollo del 1993. Per ovviare al fatto che i sindacati violano in modo palese quelle regole (la cui ineffettività era stata del resto già ampiamente denunciata nello scorso decennio dalla Commissione Giugni di verifica della attuazione del protocollo), l’organizzazione di viale dell’Astronomia ha
        proposto di blindare i rapporti tra il livello nazionale e quello decentrato
        proponendo l’esercizio del cosiddetto potere di influsso «affinché le rispettive
        istanze, in sede territoriale e aziendale, osservino e rispettino le condizioni
        pattuite». In sostanza, la Confindustria ha scelto ancora una volta il dialogo con la Cgil (suscitando le reazioni indispettite della Cisl e della Uil) riconfermando, in controtendenza con quanto stanno facendo tutti gli altri
        paesi europei sul versante della competitività, il dogma della centralità del contratto nazionale, ma chiedendo in cambio un regime di tregua allo scopo
        di non «modificare, integrare, innovare quanto ha già formato oggetto di accordo ai diversi livelli». La mossa non solo è sbagliata e antistorica, ma
        prima di tutto appare di modesta portata e politicamente ingenua. Se anche lo volessero, oggi, la Cgil e gli altri sindacati non sono in grado di fornire alle
        controparti garanzie siffatte. Che la Confindustria fosse divisa sulla riforma della struttura contrattuale era cosa nota; ma che sia arrivata a sommare le distinte posizioni al proprio interno qualche perplessità la suscita. Soprattutto
        non può non destare preoccupazione che il gruppo dirigente di un’associazione tanto rappresentativa e risoluta – almeno a parole – nell’assumersi le proprie responsabilità anche nell’interesse generale del paese, agisca sulla base di una linea generale molto semplice (e fino ad ora rivelatasi perdente). Assecondare sempre e comunque la Cgil, nella convinzione che ci sia poi sempre qualche governo pronto a pagare il conto
        della inefficienza di un sistema di relazioni industriali a encefalogramma piatto.
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        *FONDAZIONE MARCO BIAGI