“Commenti&Analisi” Concordo con Ichino. A queste condizioni (T.Treu)

16/12/2005
    venerdì 16 dicembre 2005

      Pagina 52 – Opinioni

      Precariato e diritti

      Concordo con Ichino. A queste condizioni

      di Tiziano Treu

        Il mercato del lavoro italiano ha molti difetti, di cui parla Ichino: troppi lavori precari e di cattiva qualità, troppi lavori sottopagati, troppi lavori spacciati per autonomi, che sono invece dipendenti; e pochi lavori in assoluto. Si tratta di distorsioni diverse che vanno corrette con strumenti diversi. La proliferazione di false collaborazioni, i co.co.co, è una anomalia tutta italiana. Per combatterla non basta cambiare il nome in contratti a progetto, come ha fatto la legge 30. L’unico modo per evitare abusi è parificare i costi previdenziali fra collaborazioni e lavoro subordinato. L’Italia è l’unico Paese che prevede contributi sociali diversi a seconda della qualifica formale del contratto di lavoro: non a caso gli altri Paesi non hanno la nostra deformazione dei co.co.co.

        Armonizzare i costi previdenziali ridurrebbe le collaborazioni entro limiti fisiologici, cioè ai casi in cui queste sono effettivamente «autonome». E si ridimensionerebbe anche la questione delle loro tutele.

        Concordo con Ichino che non gli si possono estendere meccanicamente tutti i diritti propri del lavoro subordinato classico. Occorre tenere conto delle diverse caratteristiche di questi lavori, come propone un disegno di legge presentato da vari parlamentari fra cui Amato e chi scrive. Maternità, malattie e infortuni meritano la stessa tutela, ma alle collaborazioni non si possono estendere le norme sul licenziamento.

        L’armonizzazione dei costi previdenziali è necessaria non solo nei confronti dei co.co.co., ma anche del lavoro autonomo in genere, agli artigiani, commercianti ecc ecc. In Italia esso è più diffuso che in altri Paesi anche per questo motivo, e comprende spesso lavori poveri di qualità professionale e di vera autonomia. Gli oneri contributivi sul lavoro dipendente sono in Italia superiori alla media europea: ridurli alleggerirebbe le aziende incentivando l’occupazione e aumenterebbe la retribuzione netta dei lavoratori. La riduzione potrebbe essere più consistente per i bassi salari, come ha fatto la Francia, con buoni risultati.

        Il lavoro sommerso è la distorsione più grave della nostra economia. Ridurre gli oneri sociali può aiutare a contenerlo ma servono misure più forti è più complesse. Occorre combattere sistematicamente l’evasione, e insieme impegnarsi in uno sforzo comune, continuo contro l’illegalità diffusa; non invece incentivarla con i condoni. In positivo bisogna incentivare la regolarizzazione delle imprese e sostenere la riqualificazione del nostro tessuto produttivo. Il sommerso e il semi sommerso sono anche il prodotto di una economia povera che sopravvive solo sfruttando i sottosalari e l’evasione.

        Le distorsioni sono particolarmente gravi nel Mezzogiorno per un contesto produttivo e civile deteriorato. È su questo che occorre intervenire se si vogliono ottenere progressi duraturi. Ridurre i costi (quelli contributivi e/o quelli salariali legati alla produttività) può essere una misura eccezionale e temporanea: già prevista nello scorso decennio, con il consenso dello stesso sindacato, all’interno dei patti territoriali di sviluppo. Ma simile misura di deroga agli standard nazionali può essere utile se aiuta a sostenere un percorso verificabile di sviluppo, altrimenti introduce dualismi inaccettabili.

        Un lavoro regolare con tutele «normali» non è un lusso, ma richiede una economia buona e competitiva. Richiede un mercato del lavoro flessibile ma regolato e sostenuto da sicurezze ragionevoli come hanno fatto i Paesi di cui parla Ferrera, dall’Olanda alla Scandinavia. Soprattutto per modernizzare con equità bisogna ricostruire un consenso sociale come si fece negli anni ’90.