“Commenti&Analisi” Con un sì ambiguo al referendum – di M.Unnia

14/05/2003

ItaliaOggi
Numero
113, pag. 1 del 14/5/2003
di Mario Unnia

Con un sì ambiguo al referendum sull’articolo 18 Epifani cerca di prendere le distanze sia da Cofferati sia dai promotori

´Inutile piangere sul capitale interamente versato’, diceva un imprenditore fallito che portava i libri in tribunale. ´Inutile piangere sul capitale di credibilità interamente perduto’, si lamentava un sindacalista Cgil che non condivide la decisione di Epifani di votare sì al referendum sull’art. 18 e ne respinge la sorprendente motivazione addotta: il referendum è sbagliato, ma occorre un ´voto sì dato a titolo personale’, e questo perché ´non ci si può dividere da una parte importante dei sentimenti della gente che rappresentiamo’. Anche se sbaglia, aggiungeva lui.

Vengono in mente altre sorprendenti espressioni che le colorite vicende politiche ci hanno regalato anni addietro: la prima, elettorale, il montanelliano ´turiamoci il naso e votiamo Dc’, le altre due interne al palazzo, le democristiane ´convergenze parallele’ (non possiamo essere con voi, facciamo finta di esserlo) e il voto socialista della ´non-sfiducia’ ai governi quadripartiti (vorremmo dire di sì, ma non possiamo farlo).

C’è davvero da domandarsi perché tutto ciò avvenga. La Cgil ha perso l’unità interna, e questi sono i risultati. La crisi dei Ds si è ribaltata pari pari sul sindacato, e sarebbe mancata una leadership forte, capace di opporsi all’influenza negativa dei dissidi nel partito.

Tutti coloro che si disputano la primazia nel centro-sinistra, Ulivo e confinanti, sanno che la macchina sindacale è preziosa, sia per le intrinseche capacità organizzative sia per la mobilitazione elettorale. Dunque, è più che naturale che l’influenza o addirittura il controllo di una corrente della Cgil costituisca l’oggetto del desiderio non solo della sinistra dei Ds, bensì anche dei Comunisti italiani, di Rifondazione, dei Verdi. Di qui la rottura dell’unità interna, alla quale Epifani non sarebbe stato in grado di opporsi.

Fino all’altro ieri era visibile l’ipoteca di Cofferati sul suo antico feudo sindacale, alla quale Epifani non si sottraeva, sì da indicare un’alleanza che avrebbe dovuto portare l’ex segretario a un successo nell’arena elettorale e, nella prospettiva di un ritorno della sinistra al governo, riservare alla Cgil il ruolo centrale nelle relazioni industriali, oggi insidiato dal moderato Pezzotta.

Si ha invece l’impressione che questa alleanza sia incrinata, stando alle dichiarazioni dei cofferatiani, tra questi Achille Passoni. Si rimprovera all’attuale segretario di compiere un errore strategico abbandonando, con il sì sull’art. 18, la linea di lotte per i diritti condotte dalla Cgil nel corso del 2002, e per questa via di dare spazio ai dissidenti che si richiamano a soggetti politici e partitici esterni al sindacato.

In effetti, qualcosa deve essere mutato. Con buona pace del mio interlocutore sindacalista, è probabile che Epifani abbia sentito crescere il peso dell’ipoteca politica di Cofferati.

Un’ipoteca impegnativa per la Cgil e al tempo stesso dalle prospettive labili: non è certo che le elezioni siano dietro l’angolo, non è detto che l’accoppiata del centro-sinistra sarà Prodi-Cofferati, nel frattempo Confindustria, i sindacati concorrenti e il governo possono combinare qualcosa di buono, o di accettabile: come si fa, si sarà domandato Epifani, a tenere la principale confederazione fuori dal gioco? E come bloccare un esercito sul bagnasciuga dell’isola da conquistare.

E allora la soluzione più ragionevole, seppur rischiosa, deve essergli parsa quella di prendere le distanze sia da Cofferati, sia dai promotori del referendum, con un sì ambiguo, una scelta ritenuta gesuitica (di qui l’indignazione del sindacalista), addirittura risibile (di qui gli strali dei padrini delle correnti dissenzienti), sconcertante (leggi le reazioni dei margheritini).

Un modo certamente ardito di sparigliare il gioco, dicendo che Cgil è di tutti e di nessuno, che ´non può deludere i sentimenti della gente che vuole essere rappresentata’, che si sottrae alle regole delle influenze partitiche e cerca altrove i consensi.

Dove? In un ampio spettro sociale, che va dagli irriducibili della Fiom che non firmano il contratto dei metalmeccanici ai lavoratori a tempo parziale, co.co.co. e affini, che sfilavano dietro le bandiere della pace, e addirittura ai giovanotti che bloccavano i treni bellici, e che tante soddisfazioni hanno dato in quei giorni a Epifani. Non dimenticando, per altro, di farsi carico anche dei lavoratori dipendenti che all’insegna della solidarietà di classe tremano solo al pensiero della riforma delle pensioni.

Insomma, vige la vecchia regola: è la persona che fa il ruolo, ma è anche il ruolo che fa la persona. Essere a capo della Cgil non è poca cosa, sono pur sempre qualche milione di pensionati e qualche milione di occupati, bisognosi di tutele. Ed Epifani potrebbe aver capito che in quella posizione non si può che giocare in proprio. Di qui la decisione di cambiare linea, a cominciare dalla vicenda dell’art. 18.

La sua leadership è certamente sotto osservazione critica: lo attendono in molti al varco e vogliono vedere il suo gioco. Se il referendum non passa, anche Epifani tirerà un sospiro di sollievo.

Se passa, nessuno si attende qualcosa di serio dall’eventuale vittoria dei sì: si dovrà fare una legge, ed è possibile che tutto torni come prima, o quasi. In ambedue i casi, Epifani che è un dottor sottile avrà buoni argomenti per giustificare il suo voto. Intanto, seppure disunita, sarà chiaro che la Cgil è sua, e non ci sono padrini, di ieri e di domani, che contano.