“Commenti&Analisi” Con i rinnovi la prova del nove- C.Dell’Aringa

04/07/2003



        Venerdí 04 Luglio 2003
        Analisi


        Con i rinnovi la prova del nove


        di CARLO DELL’ARINGA

        Esiste una questione salariale in Italia? Alcuni recenti studi e dati statistici sollevano il dubbio che i salari in Italia siano bassi o che in ogni caso siano cresciuti troppo poco. Il dubbio è legittimo, ma non molto fondato. Vediamo perché. I salari minimi contrattuali calcolati dall’Istat sono stati da poco aggiornati e segnalano una dinamica più contenuta rispetto a quella del costo della vita.
        A prima vista sembrano dimostrare che il potere d’acquisto delle retribuzioni (quelle definite dai contratti collettivi nazionali) è diminuito.
        Una lettura corretta impone qualche considerazione. I salari e gli stipendi sono saliti poco soprattutto per il fatto che nel corso dell’anno sono stati rinnovati pochi contratti collettivi e quelli che sono stati rinnovati, lo sono stati con notevole ritardo rispetto alle scadenze. Alcuni contratti del pubblico impiego hanno già accumulato un ritardo di un anno e mezzo. È evidente che in queste condizioni l’Istat registra «modesti» aumenti salariali! Ma quando i contratti saranno rinnovati, ai lavoratori saranno pagati gli arretrati per il periodo della «vacanza» contrattuale. Certamente non vengono pagati gli interessi e questo può costituire una perdita. In ogni modo, i dati mensili dell’Istat non riportano i pagamenti di arretrati e questo spiega come mai i salari crescono poco. Un giudizio sereno dovrebbe riguardare la dinamica complessiva delle retribuzioni su cinque, dieci anni. In questo orizzonte si osserva che le retribuzioni sono aumentate in termini reali, sia pure in misura modesta. I dati vanno letti con attenzione. Un conto è considerare solo i salari minimi dei contratti nazionali, un conto sono le retribuzioni di fatto, che includono ulteriori aumenti concessi sia individualmente sia per la contrattazione aziendale (dove esiste). E queste retribuzioni, così come sono rilevate nella Contabilità nazionale (e da altre fonti statistiche) mostrano un andamento tendenzialmente positivo del loro potere d’acquisto. Un altro elemento da considerare è l’aumento di produttività del lavoro, lo spazio fisiologico per i miglioramenti retributivi. La produttività è aumentata poco, in concomitanza di un tasso di crescita contenuto e di un aumento consistente dell’occupazione. L’occupazione è aumentata molto in settori a basso contenuto di valore aggiunto pro-capite e ciò ha posto un limite alla dinamica della produttività. Si dice che è aumentata l’intensità occupazionale della crescita economica. Era, d’altra parte, ciò che si voleva e la moderazione dei salari è servita proprio a questo. Sorge spontanea una domanda: le retribuzioni hanno recuperato questo modesto aumento di produttività? Oppure è andato a vantaggio delle imprese? Nei settori esposti alla concorrenza internazionale il monte salari ha mantenuto la propria quota di valore aggiunto e nessuno ha perso o si è avvantaggiato. In alcuni settori dei servizi, anche in quelli a forte partecipazione pubblica, le imprese si sono avvantaggiate e lo hanno fatto perché hanno praticato prezzi elevati e crescenti, approfittando del loro potere di mercato o di un riparo rispetto alla concorrenza. Se i lavoratori hanno perso un po’ di terreno, lo devono ai comportamenti poco efficienti di diverse imprese di questi settori. Proteggendo le posizioni di rendita queste hanno imposto una specie di tassa che gli stessi lavoratori a loro volta non sono riusciti a scaricare sulle imprese di appartenenza. Una tassa ingiusta e inefficiente. Se si vogliono ridurre le tasse forse bisognerebbe cominciare da qui.