“Commenti&Analisi” Commercio, miope il veto alla Biagi (M.Tiraboschi)

28/06/2004

      sezione: ITALIA – POLITICA
      27.6.2004
      pag: 8

      DI MICHELE TIRABOSCHI
      RIFORME E LAVORO
      Commercio, miope il veto alla Biagi
      Le ampie manifestazioni di intenti sul rilancio della concertazione e l’avvio di un nuovo e più costruttivo clima di relazioni industriali trovano nel rinnovo del contratto del commercio il primo vero banco di prova. Dagli esiti della trattativa si potrà infatti trarre una prima verifica, rispetto a uno dei più importanti contratti collettivi nazionali del nostro Paese, se esiste o meno una volontà reale — al di là delle dichiarazioni di facciata — di imprimere una svolta nel dialogo tra le parti sociali andando oltre le sterili polemiche e contrapposizioni ideologiche dei mesi passati. La recente e non certo improvvisa rottura delle trattative pare trovare giustificazione, in effetti, in una sorta di veto alla sperimentazione della legge Biagi nel commercio più che in questioni di merito legate alla regolamentazione di talune forme di flessibilità del lavoro.

      Dovrebbe essere infatti ben chiaro, almeno alle contrapposte delegazioni sindacali, che il secco rifiuto di regolamentare il lavoro a chiamata e di adattare la disciplina del lavoro a tempo parziale alle esigenze del settore non porteranno con sè una paralisi della legge. In assenza di una regolamentazione collettiva, le clausole flessibili ed elastiche del lavoro a tempo parziale regolamentate dalla legge 30 — ma già anticipate in sentenze e note ministeriali degli anni Novanta — potranno essere liberamente adottate da ciascun datore di lavoro mediante un semplice accordo individuale e in ogni singola azienda, anche là dove non c’è il sindacato. Dalla flessibilità contrattata si passerebbe insomma alla gestione individuale del rapporto di lavoro a orario ridotto, modulato o flessibile. E lo stesso sarà sicuramente possibile per il tanto controverso lavoro a chiamata. Una forma contrattuale che esiste da sempre e che la riforma Biagi vuole semplicemente disciplinare in un quadro certo di garanzie per i lavoratori, a partire dal diritto a percepire la cosiddetta indennità di disponibilità tra una chiamata e l’altra. Vero è, infatti, che è già oggi possibile, anche in assenza di un accordo collettivo, stipulare contratti a chiamata con disoccupati di età inferiore ai 25 anni e con over 45 espulsi da processi produttivi. Nulla a che vedere, dunque, con la tanto propagandata destrutturazione del mercato del lavoro stabile, ma piuttosto una concreta chance di occupazione dipendente e, laddove previsto, anche stabile a chi è oggi fuori del mercato del lavoro. Nella stessa logica si pone il contratto a chiamata estivo e week-end, che soprattutto nei settori del commercio e del turismo mira nient’altro che a fornire occasioni di lavoro regolare, seppure intermittenti, in un settore caratterizzato — come pure ben dovrebbero sapere le parti negoziali — dalla estrema volubilità della domanda dei consumatori e da ampie sacche di irregolarità che operano a danno non solo dei lavoratori ma anche delle stesse imprese che si trovano spiazzate da concorrenti sleali.

      Che il veto sul nuovo lavoro a tempo parziale e sul lavoro a chiamata venga poi manifestato nel settore del commercio è al tempo stesso sintomatico della qualità del nostro sistema di relazioni industriali e paradossale rispetto alla materia del contendere. Sintomatico indubbiamente della difficoltà per la contrattazione collettiva di gestire l’innovazione e il cambiamento a sostegno della competitività, quando è tuttavia ben evidente che l’inerzia non porta altro che a una destrutturazione strisciante di un mercato del lavoro che si colora sempre più spesso di nero e grigio. Ma anche e soprattutto paradossale per un settore, quello del commercio, che ha saputo dimostrare nel lontano 1983 uno straordinaria consapevolezza della necessità di sperimentare, anche in anticipo rispetto al quadro legale offerto dalla legge dello Stato, nuovi modelli contrattuali soprattutto per le piccole imprese e nell’area dei servizi. A quanti oggi pongono veti al nuovo part-time e al lavoro a chiamata non si può infatti non ricordare che, almeno sino a pochi decenni fa, lo stesso lavoro a tempo parziale era un vero e proprio tabù per il sindacato in quanto ritenuto una forma di "lavoro a metà" più sfruttato ed emarginato di quello a tempo pieno. Così come non si può ricordare che solo grazie all’accordo del commercio del 1983 il legislatore italiano si decise a introdurre nel nostro ordinamento questo strumento ritenuto oggi da tutti come una forma di lavoro di qualità perché in grado di coniugare flessibilità e tutele. La storia si è poi ripetuta nel 1997 per il lavoro interinale oggi considerato come un importante canale di accesso al lavoro stabile e di qualità. Così sarà, c’è da scommetterlo, anche per il lavoro a chiamata e per lo staff leasing. Sarebbe allora per il sindacato un atto di coraggio e di maturità, e non certo una resa, farsi protagonista di un cambiamento che è scritto non solo nella legge Biagi ma anche nella storia e nella esperienza comparata.

      Tiraboschi@unimo.it