“Commenti&Analisi” Come ti affondo l’economia – di P.Sylos Labini

20/02/2003

          20 febbraio 2003

          Come ti affondo l’economia
          PAOLO SYLOS LABINI

          Quando si discute criticamente la
          politica economica del governo
          Berlusconi non sono pochi gli
          economisti dell’opposizione che cadono
          nella trappola di considerare implicitamente
          la controparte come più o meno
          normale un governo di centrodestra cui
          si oppone una coalizione di centrosinistra.
          Non è così. Berlusconi non è di destra
          come non è di sinistra. In uno dei rari
          momenti di verità, dichiarò a Biagi di essere
          entrato in politica per evitare la galera e
          salvare la roba; ho sempre pensato che è
          pronto a qualsiasi salto mortale per perseguire
          i due obiettivi, anzi è pronto assolutamente
          a tutto, come ha confermato con
          le sue dichiarazioni eversive contro la decisione
          della Corte di Cassazione di mantenere
          a Milano il processo contro di lui e
          contro Previti per corruzione di giudici,
          uno dei reati più ripugnanti che si conoscano.
          Negli articoli pubblicati su l’Unità
          negli ultimi due anni ed ora riuniti in un
          volumetto («Le complicanze economiche
          del governo Berlusconi») Ferdinando Targetti
          non cade nella trappola: riesce a fare
          un esame critico duro ma misurato; è un
          esame anche onesto, giacchè l’autore riconosce
          senza mezzi termini certi errori della
          sua parte politica, che poi è anche la
          mia. Non solo l’autore ha una robusta
          preparazione come economista, ma in
          quanto deputato ha avuto anche il vantaggio
          di seguire attivamente certi provvedimenti;
          uno dei quali è stato elaborato da
          lui stesso. Parla quindi con piena cognizione
          di causa.
          Il libro di Targetti ben si integra con quello
          di pochi mesi fa di Petrini («Il grande
          bluff», sottotitolo: perchè non va l’economia
          di Berlusconi). Il quadro che emerge
          è deprimente: mai il nostro Paese aveva
          avuto una guida così disastrosa della politica
          economica e finanziaria: provvedimenti
          una tantum, giustamente censurati
          da Bruxelles, trucchi contabili come le cartolarizzazioni,
          contributo, mai assicurato,
          di privati a opere pubbliche faraoniche,
          sanatorie fiscali due, non una, poiché,
          - come spiegò Uckmar, anche il rientro dei
          capitali sporchi poteva servire come
          un’ampia sanatoria – l’altra, la più recente,
          è quella definita «tombale», un termine
          assai appropriato, sia perché è tale,
          oltre che dal punto di vista economico, da
          quello civile sia perché è tale per la credibilità
          dell’autore, che nel passato era stato
          uno dei più decisi nemici delle sanatorie – che
          cosa non si fa per amore del capo! Nel
          tempo stesso il superministro ha introdotto
          gravi tagli allo stato sociale, alla scuola,
          all’Università e alla ricerca, provocando la
          ribellione di tutti i Rettori, berlusconiani
          compresi, che sono, così pare, circa la
          metà.
          A mezza voce, poiché sa che è facile smentirlo,
          il superministro ha cercato di giustificare
          sia l’inadempienza nelle promesse
          elettorali del capo sia i tagli, attuati o progettati,
          chiamando in causa l’ imprevedibile
          congiuntura internazionale negativa.
          Sa che è facile smentirlo perché diversi
          economisti, fra cui appunto Targetti, se
          ne erano ben resi conto in tempo; un
          andamento negativo della congiuntura internazionale
          avrebbe reso impossibile il
          raggiungimento, nel 2002, di un aumento
          del Pil del 3,1, ciò che avrebbe comportato
          un aumento di proporzioni simili delle
          entrate fiscali. Il governo è stato poi costretto
          ad una ritirata, nelle previsioni,
          vergognosamente lenta; il consuntivo è di
          pochissimo superiore allo zero.
          Recentemente la congiuntura internazionale
          è stata richiamata anche dal ministro
          Sirchia, per giustificare i tagli, già introdotti
          e da introdurre, nella sanità. No,
          ministro Sirchia, no, superministro Tremonti:
          la congiuntura internazionale non
          è un alibi, non solo perché diversi economontimisti
          l’avevano vista, ma anche perché le
          mirabolanti promesse elettorali richiedemontivano
          un impegno totale, anche se, per
          ipotesi, le entrate tributarie fossero cremontisciute
          del 3%. C’è tuttavia un’altra gravismontisima
          critica da fare – ne prendano nota i
          ministri Sirchia e Moratti: sanità e ricermontica,
          in un Paese civile, esigono la più alta
          priorità, in gran parte indipendentemenmontite
          dal volume delle entrate fiscali – sanità
          per i meno abbienti, ricerca per lo svilupmontipo
          economico e civile. La priorità invece
          è stata assegnata agli interessi privati di
          Berlusconi e dei suoi soci: depenalizzaziomontine
          del falso in bilancio, rogatorie, rientro
          dei capitali sporchi, detassazione delle
          grandi eredità e delle grandi donazioni -tutte
          misure che hanno anche un costo
          notevole in termini di mancate entrate; le
          sanatorie dànno un vantaggio immediamontito,
          ma riducono le entrate nel periodo
          medio e lungo; la legge Cirami era invece
          rivolta solo a tutelare l’impunità di Berlumontisconi
          e di Previti. Ma quei due ministri e
          gli altri queste cose le capiscono o no?
          Non temono il giudizio dei figli e dei concittadini
          onesti?
          Per i conti economici che non tornano
          Berlusconi il rimedio ce l’ha e Targetti lo
          mette ironicamente in evidenza: riformare
          i criteri di calcolo. Mi è tornato in
          mente quel che mi capitò quando, subito
          dopo la seconda guerra, elaborai un’analisi
          della disoccupazione fra le due guerre e
          scoprii che, essendo quello un fenomeno
          antifascista – la disoccupazione non poteva
          sussistere in un’economia corporativa -,
          da un certo anno in poi furono semplicemente
          occultati i dati statistici. Un trattamento
          simile fu riservato alla questione
          del Mezzogiorno, inammissibile in
          un’economia fascista: fu risolta da Mussolini,
          che, semplicemente, la dichiarò risolta
          - stia attenta la Svimez a parlare di
          questione del Mezzogiorno!
          Un’ultima riflessione, di carattere generale.
          Targetti, il quale nel 2001 si avvide
          subito che la congiuntura americana volgeva
          al peggio, ha concentrato l’attenzione
          sui conti pubblici e sull’economia del
          nostro Paese. Dal momento che l’economia
          americana fa da locomotiva dell’economia
          mondiale, penso che sia importante
          anche per noi approfondirne l’analisi.
          Nella relazione che presentai in aprile dello
          scorso anno al convegno organizzato
          dalla Cigl esprimevo forti preoccupazioni,
          che si collegavano ai debiti molto onerosi
          osservabili nell’economia americana
          - debito estero, debito delle famiglie, debito
          delle imprese e delle banche. Mettevo
          in rilievo che il debito estero si era andato
          accumulando senza conseguenze negative
          immediate grazie al forte afflusso di
          capitali dall’Europa. Mettevo però in guardia
          contro i rischi di una riduzione di
          quell’afflusso, che avrebbe comportato
          una graduale ma forte svalutazione del
          dollaro rispetto all’euro. Ciò in buona misura
          è avvenuto il dollaro da allora ha
          perduto oltre il 25% rispetto all’euro.
          Non c’è da compiacersi: l’indebolimento
          del dollaro può comportare qualche vantaggio
          per il petrolio ed altre materie prime
          pagate in dollari, ma frena le esportazioni
          europee negli Stati Uniti; il danno
          più grave può derivare dalla Germania, la
          quale, se esporta meno in America, compra
          meno dai partner europei, Italia compresa.
          D’altra parte c’è il forte rischio che
          il vantaggio di un minor prezzo del petrolio
          venga più che compensato da aumenti
          vertiginosi originati dalla dissennata guerra
          in Iraq, che oggi appare probabile. Temo
          che dovremo affrontare tempi ancora
          più duri.