“Commenti&Analisi” Come il governo mette le mani nelle tasche dei cittadini (A.Recanatesi

17/10/2005
    lunedì 17 ottobre 2005

    Pagina 33

    I CONTI IN TASCA

      Come il governo
      mette le mani
      nelle tasche dei cittadini

        di Alfredo Recanatesi

          OGNI volta che i due governi di questa legislatura hanno dovuto adottare misure di gestione della finanza pubblica hanno vantato di «non aver messo le mani nelle tasche degli italiani». Anche la presentazione dell’aggiustamento dei conti deliberato venerdì scorso è stata preceduta da questo incipit. In parte, però, questa affermazione, ancorché reiterata, non risponde a verità; e per la parte residua c’è da chiedersi se la scelta sia dovuta ad un calcolo di opportunità oppure ad una aprioristica posizione ideologica.

            L’unica verità attiene al fatto che non è stata calcata la mano sulla tassazione dei redditi personali, ma questo è solo uno dei tanti canali attraverso i quali lo Stato attinge alle tasche dei cittadini. Per molti altri versi le mani in quelle tasche entrambi i due governi ce le hanno messe, e per altri versi ancora ha indotto altri a mettercele con un risultato finale che per i cittadini fa ben poca differenza. Direttamente ce le hanno messe aumentando o lasciando correre molte altre forme di prelievo, dai bolli, alle sigarette, alle accise sui carburanti che hanno seguito proporzionalmente la lievitazione dovuta al prezzo del petrolio.
            Indirettamente ce le hanno messe costringendo gli enti pubblici, ed in primo luogo i Comuni, a reperire diversamente le risorse che lo Stato centrale ha loro drasticamente lesinato.

              Per questo motivo sono aumentate le tasse da questi imposte, dall’Ici sugli immobili alle tasse universitarie, per non dire di molte tariffe. Da ultimo, la modifica delle norme sugli ammortamenti delle società che distribuiscono energia – un modo come un altro per prendere più denaro – determinerà nel tempo un aumento delle tariffe che i cittadini dovranno pagare. Rispetto ad un aumento delle tasse l’effetto contabile è lo stesso, ma per difendere il principio viene accresciuta la sperequazione tra le diverse classi di reddito poiché le tariffe non hanno certo la progressività che hanno le imposte personali.

                Ma le tasse non sono tutto. Questi governi hanno ridotto, spesso drasticamente, spese necessarie alla efficienza del sistema pubblico ed anche al mantenimento del grado di civiltà della nostra comunità nazionale. Sebbene con forti concentrazioni di reddito e sacche di povertà, siamo un Paese discretamente benestante. Un Paese, dunque, che, oltre alla sussistenza, ambisce legittimamente ad una funzionalità, ad un decoro, ad un livello di civiltà e di cultura diffusa rapportati al suo reddito medio anche al difuori delle proprie case. Tutto ciò che è collettivo, invece, si va impoverendo. A forza di tagliare ci sono uffici pubblici che non hanno più neppure la carta per le fotocopie; le strade sono sempre più insufficienti e degradate; sono di venerdì le manifestazioni per i tagli dei finanziamenti alle attività culturali; il programma per la costruzione insieme alla Francia di 27 nuove fregate per le marine dei due Paesi – uno dei pochi programmi che generano una domanda pubblica promotrice di ricerca e di produzioni ad alta tecnologia e che possono promuovere esportazioni specialistiche e ad alto valore aggiunto – è stato fermato per mancanza di fondi. Ognuno di esempi ne può produrre a iosa per dimostrare che non è esattamente questo il Paese che desideriamo.

                  Non mettere le mani nelle tasche dei cittadini, è un encomiabile proposito, ma alla condizione che si sia capaci di evitare che si renda necessario mettercele. Se, invece, per evitarlo si lasciano aumentare gli squilibri della finanza pubblica e si abbandona al degrado il nostro capitale collettivo materiale ed immateriale, allora quel proposito non è più encomiabile, ma esecrabile al punto da dover auspicare che i responsabili della cosa pubblica le mani nelle nostre tasche abbiano il coraggio di mettercele. Non è un paradosso; il danno, soprattutto in prospettiva, sta diventando molto maggiore del beneficio.