“Commenti&Analisi” Ciò che «va bene per Ford» non va più bene per il Paese (G.Berta)

18/10/2005
    martedì 18 ottobre 2005

      Pagina 20 Economia e Finanaza

      ANALISI NELL’ERA DEI SERVIZI MENO LEGATE LE SORTI DELL’ECONOMIA E DELLE INDUSTRIE

        Ciò che «va bene per Ford»
        non va più bene per il Paese

          Un fenomeno planetario
          Toyota corre, il Giappone
          è fermo. In Italia
          le società mietono utili

            di Giuseppe Berta

              CHI ricorda il detto in voga un tempo secondo cui «ciò che va bene alla Ford va bene per il Paese?». Era usato per indicare il grado di interdipendenza che legava lo stato di salute delle imprese alla prosperità nazionale. Se il sistema grandi complessi produttivi generava ricchezza, questa condizione era inevitabilmente destinata ad avere una ricaduta positiva sulla nazione che lo ospitava. Ha ancora senso questa frase? È fin troppo facile constatare che, per loro fortuna, gli Stati Uniti hanno scisso la loro sorte da quelle dei giganti industriali del XX secolo come la Ford e la General Motors, costretti ormai a un’aspra lotta per la sopravvivenza.

              Ancora pochi anni fa, nessuno avrebbe immaginato che imprese dalle dimensioni enormi e dal pedigree così prestigioso sarebbero state costrette a fronteggiare contemporaneamente crisi di mercato, strutture di costo onerose, voragini finanziarie aperte dai conti dei fondi pensionistici per i loro dipendenti.

              Ma l’economia americana non dipende più dalle imprese che hanno fatto la sua storia industriale nel secolo scorso. Alla fine del Novecento, l’ascesa e la fama di Bill Gates hanno oscurato quelle degli eroi del capitalismo che l’hanno preceduto, magnati come Henry Ford o inventori del managerialismo come Alfred P. Sloan, che alla Gm disegnò il modello della corporation moderna. Ma oggi si è diventati più prudenti e non ci si avventura a sostenere che ciò che è buono per Bill Gates e la sua Microsoft sia buono anche per l’America.

              Le relazioni fra i successi e le performance delle imprese e l’andamento economico delle loro nazioni di origine si sono fatte sempre più sofisticate e complesse, nella nuova cornice internazionale. A riprova, naturalmente, vale anche il caso opposto: i risultati buoni e anche ottimi di alcune grandi imprese non si ripercuotono di necessità sullo stato delle economie cui appartengono. Pensiamo per esempio alla lunga stagnazione del Giappone, che soltanto ora comincia a dare
              segnali consistenti di risveglio. Eppure, è giapponese una delle grandi imprese industriali che da anni brilla di più per la sua capacità di espansione: la Toyota costituisce un riferimento da manuale per essersi saputa conquistare una posizione sempre più importante sui mercati occidentali, imponendosi come paradigma di efficienza e di qualità.

              Se poi passiamo a considerare la realtà europea, è sufficiente guardare all’esperienza della Germania, che ha stabilito dei primati nelle esportazioni e possiede un sistema delle imprese capace ancora di impressionare per la sua forza e la sua tenuta. Ma, ad onta del suo peso nel commercio internazionale, la Germania non è riuscita a riprendere il cammino della crescita, tanto che chi si vuole consolare dei guai dell’Italia la cita e la chiama in causa, a testimonianza delle comuni difficoltà continentali.

              Persino in Italia, vi sono indicatori nell’economia reale che lasciano intravedere un tono non così uniformemente fiacco come in genere si dice. Qualche giorno fa, Luca Ricolfi, presentando le rilevazioni dell’Osservatorio del Nord Ovest, ha notato che nel 2004 il nostro export non ha dato ulteriori segni di cedimento, per la prima volta dal 1996. E anche gli investimenti esteri nel nostro Paese hanno manifestato sintomi di rilancio.

              In precedenza, i dati diffusi da Mediobanca hanno mostrato come l’anno scorso si sia registrato una specie di boom dei dividendi delle imprese quotate in Borsa, mai così soddisfacenti da un decennio. Nulla di tutto questo, beninteso, autorizza un ottimismo che sarebbe soltanto di maniera.

              Nell’insieme, il nostro sistema delle imprese rivela profonde differenziazioni interne: ne fanno parte aziende abili nel modulare la loro presenza internazionale, articolando le loro strategie di crescita, accanto ad altre che assistono alla riduzione delle loro quote di mercato in seguito a una rapida perdita di competitività.

              Ma quand’anche le prime prendessero nettamente il sopravvento sulle seconde e si invertisse la linea di tendenza negativa che è prevalsa in questo scorcio del nuovo secolo, ciò comunque non basterà a porre l’economia italiana al riparo dai problemi che l’affliggono.

              Una nazione può perdere posizioni a livello internazionale e vedere in pericolo le soglie di ricchezza che ha raggiunto anche se possiede imprese dinamiche e dotate di capacità concorrenziale. Ciò è particolarmente vero per l’Italia, dove è in corso un complicato processo di riconversione.

              Quando l’avremo terminato, scopriremo che la nostra industria sarà magari diventata più efficiente, ma avrà dovuto ridurre il numero dei dipendenti. Soltanto la Germania e l’Italia hanno una quota di addetti nell’industria che supera il 20% dell’occupazione complessiva. Tuttavia la Germania ha un apparato industriale ben più ampio e robusto del nostro.

              In economie ormai dominate dal settore dei servizi, non ci si può aspettare che il rilancio delle imprese industriali conduca automaticamente a sanare gli squilibri o a colmare deficit generalizzati di produttività. L’Italia deve affrontare fino in fondo, con gli strumenti della politica economica, i propri nodi strutturali irrisolti. Soprattutto, non ci saranno concesse scorciatoie rispetto all’operazione sulla finanza pubblica da cui dipende in larga parte il nostro futuro.

              Urgono interventi che, rimettendo in ordine i conti, "scongelino", come ha detto ancora Ricolfi, il potenziale di crescita di un Paese che ha bisogno come non mai di un indirizzo politico e di decisioni certe.