“Commenti&Analisi” Cinque milioni di turisti in meno (G.Burchiellaro)

21/10/2005
    venerdì 21 ottobre 2005

    Pagina 13 – Economia&Lavoro

    l’analisi

      TURISMO - Un settore strategico della nostra economia che non può più contare su una posizione di rendita per reggere alla concorrenza internazionale
      Cinque milioni di turisti in meno,
      ma la Finanziaria non ci pensa

        Gianfranco Burchiellaro*
        * responsabile ds Turismo


          Al Governo Berlusconi non sono bastati i cinque milioni e mezzo di turisti in meno della stagione appena trascorsa, né di aver guidato la discesa dell’Italia al quinto posto tra le mete turistiche del mondo. Pensando già al meritato riposo hawaiano, annunciato dal Presidente del Consiglio, poco importa del nostro turismo.Basta promettere 300 milioni di euro per il settore nel 2006 – come ha fatto Berlusconi – salvo poi precisare con il ministro Scajola che sarebbero stati 100 all’anno per tre anni.
          Salvo, infine, non ritrovarne traccia nella finanziaria licenziata dal governo, mentre è certo il taglio di 9 milioni di euro all’ENIT nel triennio.

            In un paese come il nostro, nel quale Regioni, Province e comuni hanno dovuto far fronte all’assenza di una politica del governo, è difficile pensare che la riduzione di un punto in percentuale degli oneri sociali possa compensare la riduzione di trasferimenti dell’ordine del 3,8 per le Regioni e del 6,7 per i Comuni. Il risultato sarà sicuramente quello di rendere il nostro paese ancora meno competitivo.

              Dopo i tagli che dal 2001 hanno progressivamente ridotto le risorse agli enti locali con il solo scopo di accrescere la spesa "elettorale" del governo centrale, il taglio della spesa corrente prevista dalla finanziaria 2006 rappresenta il colpo definitivo alla capacità di Regioni, Province e Comuni non solo di rispondere alla domanda di servizi essenziali, ma anche di orientare le risorse residue sul terreno della competitività investendo in servizi, cultura e turismo e cioè nella riorganizzazione delle città e dei territori.

                In questi anni di continuo calo delle presenze turistiche in Italia, è stato grazie a questi investimenti che si sono potute invertire le tendenze nazionali, riscontrando in alcuni realtà aumenti di presenze turistiche con percentuali anche superiori al 10%, come è avvenuto a Napoli, Genova e Roma, nelle città dei festival, delle grandi mostre e dei grandi eventi , dei nuovi musei e delle qualificazioni del patrimonio storico artistico ambientale e urbano.

                  Ed è su questo che dobbiamo ragionare. Al rilancio di queste realtà hanno certamente contribuito grandi appuntamenti internazionali come si prepara a fare Torino con le Olimpiadi della neve e come hanno fatto Napoli con il G8, Roma con il Giubileo, Genova capitale della cultura europea e ora Trapani con l’America’s Cup. E se per queste iniziative sono stati importanti i contributi dei governi, in particolare di centrosinistra, sarebbe sbagliato fermarsi qui.

                    Non è infatti meno importante riconoscere il ruolo che le istituzioni locali hanno avuto nell’assumere queste scadenze come opportunità per ripensare l’assetto urbanistico delle città. E’ il caso di Roma con l’Auditorium e la riorganizzazione dei percorsi turistici, museali e culturali dei quali la Notte Bianca è l’aspetto più evidente. E di Genova con l’acquario e gli interventi sul porto, o di Torino con la riqualificazione del Lingotto, o ancora di Rovereto con l’apertura del Mart, di Brescia con le mostre sull’impressionismo, delle città dei festival da Mantova a Modena a Ferrara a Ravenna.Ed è ancora il caso di interi sistemi turistici che dalla Romagna alla Toscana, dalla Campania al Salento, alla Sicilia stanno affrontando la sfida del rilancio, riqualificando l’offerta. Tutto questo è stato possibile grazie a risorse che gli enti locali hanno recuperato attraverso politiche rigorose di razionalizzazione. Altro che auto blu e sprechi dei comuni da ridurre.

                      In realtà il turismo rappresenta la parte più visibile di processi che hanno coinvolto la riorganizzazione del sistemi urbani e di interi territori, che hanno richiesto una concertazione reale tra Amministrazioni, Enti, Istituzioni culturali e formative, organizzazioni di categoria e operatori turistici. Forze economiche, sociali e culturali che oggi pongono il tema di un nuovo salto di qualità, chiedono di ripensare, riconvertire, ammodernare e ricostruire il nostro patrimonio turistico al quale dobbiamo la rendita di intere generazioni, ma che oggi di fronte ai nuovi competitori internazionali richiede scelte forti e coraggiose.

                        Il turismo entro i prossimi dieci anni è destinato a rappresentare il primo settore economico del pianeta, e dunque per un paese come l’Italia, che conserva oltre il 60% del patrimonio storico artistico del mondo, il turismo non può più rappresentare una "rendita" del passato, ma deve essere considerato sempre più una scommessa decisiva per il suo futuro.

                        Ma riportare l’Italia ai vertici delle mete turistiche del mondo significa in grande misura avere un "Progetto Paese". Un progetto che la destra non ha. E se da una parte è urgente rilanciare la capacità di spesa interna, soprattutto delle famiglie, dall’altra è indispensabile valorizzare il patrimonio storico, artistico e ambientale rendendolo maggiormente fruibile. Riconvertire intere aree degradate e rinnovare un patrimonio ricettivo largamente datato e non più rispondente alle domande del nuovo turismo internazionale. Sviluppare il sistema infrastrutturale, ripensare alla fruizione della nostra rete di trasporto a partire da Alitalia e Ferrovie, rilanciare il made in Italy e l’enograstronomia: non a parole, ma nei fatti. Di fronte a processi che stanno trasformando il vecchio turista in moderno viaggiatore alla ricerca di culture e identità, l’Italia nel panorama internazionale, può, perché lo è grazie alla stratificazione della sua storia, rappresentare una straordinaria chiave di lettura della modernità, a patto che sappia coniugare qualità e consumi di massa. Per questo la fase di confronto programmatico aperta nei ds e nell’Unione deve rappresentare l’occasione di un confronto ampio con un comparto che rappresenta già oggi circa il12% del Pil del paese con oltre due milioni e mezzo di addetti e che deve essere riconosciuto come settore strategico. Un confronto che sappia offrire una prospettiva concreta a tutte quelle forze che continuano a pensare che il nostro futuro non sia alle Hawai,ma qui,nell’Italia da riscoprire dagli italiani per essere offerta al mondo.