“Commenti&Analisi” Chi distrugge crea (A.Alesina)

21/12/2004

    martedì 21 dicembre 2004

    Chi distrugge crea

      Alberto Alesina

        IN Italia il numero di fallimenti di imprese è tra i più bassi dei Paesi Ocse, nonostante la dimensione media relativamente piccola delle imprese italiane. Bene, si dirà. No, invece, male!

          L’entrata e uscita dal mercato di attività commerciali o aziende è il meccanismo che genera competizione, innovazione, miglioramento, insomma quella concorrenza darwiniana che gli inglesi chiamano «distruzione che crea». Il fallimento di un’impresa invece è visto in Italia e nell’Europa continentale come un trauma da evitare il più possibile, con i famosi «salvataggi», spesso orchestrati dal governo a spese del contribuente, ricordiamoci l’Alitalia ad esempio. Lo stesso termine «fallito» invece di caratterizzare semplicemente il proprietario di un’azienda che non è sopravvissuta alla concorrenza assume una connotazione pesantemente negativa, un macigno che un imprenditore, fallito appunto, si porta sulle spalle per il resto della sua vita. In inglese, il termine «bankrupt» (fallito in senso commerciale) è ben distinto dal termine «loser» (fallito in senso morale, intellettuale ecc.), in italiano il termine «fallito» indica entrambe le cose.

          «Salvataggio» diventa allora la parola magica sia per i manager ed i proprietari dell’impresa, che per i sindacati che difendono i posti di lavoro esistenti anche se poco produttivi a scapito di quelli che si creerebbero, più produttivi, se si lasciasse operare la concorrenza. Con il salvataggio è facile trovare un accordo tra manager e lavoratori, tipicamente a scapito dei contribuenti e di potenziali nuovi imprenditori e lavoratori non ancora nel mercato. Ad esempio un «deus ex machina» usato spesso è il pensionamento anticipato dei lavoratori (vedi Alitalia) che crea costi enormi ai contribuenti presenti e futuri e grava su un sistema pensionistico già al limite delle sue capacità ma che spesso viene descritto come una soluzione di successo in cui nessuno perde, tutti guadagnano e l’impresa si salva.

            Con la «distruzione creativa» invece tutti guadagnano alla fine, perché crea automaticamente impiego alle risorse che distrugge. Pensiamo al boom di Internet degli Anni Novanta negli Usa. Quasi tutti i giovani imprenditori sono falliti almeno una volta o due. Risultato: un decennio di crescita straordinaria per quel Paese. In Italia, dove i fallimenti sono pochissimi, l’economia da 15 anni cresce meno di una media europea già bassa.

              L’obiezione secondo cui la concorrenza e l’entrata e l’uscita di aziende dal mercato creino enormi sofferenze a chi perde temporaneamente il lavoro è demagogia. Sistemi efficienti di sussidi temporanei alla disoccupazione, soprattutto se legati alla ricerca di un posto di lavoro alternativo, favorirebbero la transizione da un lavoro all’altro. La strada giusta non è salvare imprese non produttive, ma migliorare il sistema dei sussidi temporanei alla disoccupazione. Più concorrenza significa più produttività e quindi più posti di lavoro; la politica del salvataggio invece mantiene le aziende esistenti riducendo il numero complessivo di posti di lavoro.

                Perché allora questa ossessione per i salvataggi? Il motivo è la confluenza di una distorsione culturale e di un beneficio per chi è un «insider», chi è all’interno di questo meccanismo: da un lato la tradizionale avversione al mercato della cultura statalista francese da cui siamo influenzati e dall’altro la difesa di manager, proprietari e lavoratori di imprese che sul mercato non dovrebbero restarci.

                  aalesina@harvard.edu