“Commenti&Analisi” Che cosa insegna il referendum- A.Panzeri

23/06/2003

      domenica 22 giugno 2003

      l’intervento
      Che cosa insegna il referendum

      Antonio Panzeri
      segretario della Camera del Lavoro di Milano

      Ègeneralmente cattiva educazione politica attribuire le responsabilità ad altri dei propri errori. Se il referendum sull’art.18 non ha prodotto, per i promotori ed i sostenitori, l’esito desiderato, non è perché l’opinione pubblica non abbia compreso il messaggio
      o perché buona parte delle forze politiche abbia deciso di tenere un atteggiamento diverso.
      Chi propone e chi sostiene un referendum non ha semplicemente un compito tattico, non
      può pensare di indicare un percorso come se agisse nel vuoto, fuori da consistenti processi sociali e politici che ne possono condizionare l’ esito. L’errore, in primo luogo, penso sia stato quello di avanzare l’ipotesi referendaria e sostenerla fuori da una idea di alleanze sociali e politiche, con la persuasione che tutto fosse dovuto perché si parlava
      di diritti e di tutele per chi lavora.
      Non si è compreso, nella sostanza, che l’avanzamento delle tutele e dei diritti è tanto più possibile quanto più si è in grado di suscitare, attorno alle proprie proposte, l’interesse di un vasto arco di soggetti politici e sociali. Ciò che oggi si dovrà fare con le leggi di
      iniziativa popolare avanzate dalla CGIL.
      Il referendum non solo non è stato in grado di assumere tutto ciò, ma ha sostanzialmente diviso i soggetti, ed oggi siamo a commentare un esito che, ed io mi auguro di no, può rischiare di indebolire l’azione complessiva regalando ad un Governo in crisi e ad una Confindustria boccheggiante quantità di ossigeno che non era loro dovuto.
      Sarebbe di qualche utilità dunque riflettere su questo e cercare di darsi rassicurazioni fuorvianti. E’ vero che nei referendum proposti dai radicali si ottennero 9.800.000 si e oggi qualcosa di più. Ma la differenza non sta nei numeri; sta nel fatto che allora
      vincemmo ed oggi, al contrario, abbiamo subito una sconfitta. Anch’io sono convinto che non bisogna disperdere questo patrimonio ma è essenziale capire che ci troviamo in un altro contesto, se non vogliamo ripetere errori e compiere passi falsi.
      Ci sono appuntamenti molto importanti per il sindacato nei prossimi tempi, e non vi è dubbio che le modalità ed i contenuti con le quali affrontare questi passaggi saranno importanti per ridefinire il profilo delle sue azioni.
      Una indicazione ci viene, infine, da tutta questa vicenda: e riguarda il fatto che il sindacato non può mai vivere di rendita ma è sempre esposto alla verifica e deve
      incessantemente rinnovare il suo rapporto fiduciario con il mondo del lavoro in continua trasformazione. Sotto questo profilo la situazione attuale presenta non pochi problemi, di cui non mi sembra vi sia adeguata consapevolezza.
      Un problema sta nel fatto che l’attuale forza rappresentativa del sindacato è il risultato di una determinata stagione storica, caratterizzata da un modello di organizzazione sociale ormai al tramonto, mentre tutti i nuovi processi di scomposizione del lavoro e il nuovo arcipelago sociale che ne risulta non hanno ancora trovato una risposta sindacale. Anzi,
      la struttura sindacale sembra funzionare più come elemento di stabilizzazione che di innovazione. Alla lunga questo divario tra le forze consolidate e la scopertura dei nuovi territori sociali può determinare una situazione di crisi, in quanto si inceppa la funzione
      di rappresentanza.
      Rappresentare è sempre un processo aperto, che diventa assolutamente decisivo nel momento in cui cambia strutturalmente la realtà del mondo del lavoro.
      Occorre rappresentare il lavoro che cambia in una fase di vorticose trasformazioni, per l’impatto delle nuove tecnologie, delle nuove strategie organizzative dell’impresa, della crescente globalizzazione dei mercati. Questi mutamenti strutturali determinano nuove forme di coscienza soggettiva, nuove rappresentazioni culturali: non cambia solo la condizione materiale del lavoro, ma la soggettività del lavoratore.
      Nella vicenda referendaria vi è anche tutto questo e prima ne avremo consapevolezza e meglio sarà per la nostra azione.