“Commenti&Analisi” Cerchiamo di capire chi è il nemico – di B.Lapadula

20/02/2003

20 Febbraio 2003

 
   




 
FONDI PENSIONE
Cerchiamo di capire chi è il nemico


BENIAMINO LAPADULA (*)

(*) responsabile economico Cgil

Nei prossimi giorni la Camera concluderà l’iter della delega pensionistica che poi passerà al Senato. Nel testo restano i due punti contestati con due scioperi generali da Cgil, Cisl e Uil: la decontribuzione per i lavoratori di primo impiego e il trasferimento obbligatorio del Tfr ai Fondi pensione. Il governo vuole stravolgere l’equilibrio tra sistema pensionistico pubblico e Fondi pensione stabilito dalle riforme degli anni `90. Punta ad una compressione del sistema pubblico al fine di garantire alle imprese una riduzione del costo del lavoro, affidando al mercato parte rilevante delle tutele pensionistiche. La realizzazione di questo progetto trova ostacoli di ordine finanziario, mancano, infatti, le risorse necessarie a coprire la decontribuzione che a regime costerebbe 12-13 miliardi di euro all’anno, circa l’1% del Pil. Il governo però ha un asso nella manica: la drastica modifica della normativa sulle pensioni di anzianità. Fino ad oggi per evitare il ricompattamento delle tre Confederazioni ha rinviato ogni scelta. Pesa inoltre il cocente ricordo della sconfitta del 1994. Ma c’è da prevedere che presto interverrà e farà precedere questo intervento dal blocco del pensionamento di anzianità. Tremonti deve dimostrare a Bruxelles che non gestisce i conti pubblici solo con misure una-tantum e con la finanza creativa, ma anche con misure strutturali. E’ quindi prevedibile nei prossimi mesi un nuovo aspro scontro sociale nel Paese. Per Berlusconi sarà difficile su questa materia spaccare il fronte sindacale: la riforma Dini del 1995 e il successivo intervento correttivo del governo Prodi nel 1997, hanno visto infatti un vastissimo coinvolgimento dei lavoratori italiani coinvolti in vastissime consultazioni di base concluse con due referendum votati da milioni di lavoratori e pensionati.


Il sistema scaturito dalla riforma, a fronte della graduale riduzione dei tassi di sostituzione pensione-ultime retribuzioni, si basa su due pilastri, quello pubblico destinato ad assicurare una adeguata copertura ai lavoratori a reddito basso e medio e quella complementare, da sviluppare con la contrattazione sindacale su base libera e volontaria. La principale forma di finanziamento dei fondi pensione è stata individuata nel Tfr. Tenuto conto che questo rappresenta per le imprese una forma di finanziamento a basso costo si è stabilito, con l’accordo di Confindustria, che soltanto i giovani di prima assunzione avrebbero potuto utilizzarlo per intero lasciando alla contrattazione la decisione sulle quote utilizzabili dagli altri lavoratori.

Dalla metà degli anni `90 sono partiti i primi fondi pensione contrattuali con significativi tassi di adesione nei principali comparti industriali. Il pubblico impiego ha invece completamente segnato il passo per difficoltà della finanza pubblica. Negli ultimi due anni della scorsa legislatura si è cercato di dare nuovo impulso ai fondi attraverso la proposta di introdurre una modalità di adesione fondata sul silenzio-assenso che, fatto salvo il fondamentale principio della volontarietà, avrebbe rafforzato il diritto alla previdenza complementare anche ai lavoratori sindacalmente meno organizzati. Tale impostazione non è passata per l’indisponibilità di Confindustria decisa a scambiare il Tfr con un ulteriore riduzione delle pensioni pubbliche.

Si tratta di uno scambio inaccettabile e strumentale: sulla base delle norme di legge circa il 40% dei lavoratori italiani ha già diritto all’uso dell’intero Tfr e una quota consistente dello stesso è già disponibile per tutti i lavoratori sulla base di quanto previsto dai contratti. Inoltre, grazie alla riduzione dei tassi di interesse bancari, gli oneri che deriverebbero dalla fine di questa forma di autofinanziamento sarebbero modestissimi e facilmente compensabili sul terreno fiscale. Siamo dunque alla vigilia di un nuovo scontro sociale. Questo non significa che non si possa sviluppare un confronto tra le varie sinistre sulla materia pensionistica per ricercare una piattaforma programmatica comune. Anzi, è indispensabile se si vuole dare credibilità ad un progetto che non può che essere radicalmente alternativo a quello della destra. Come si può evincere dalle tesi sostenute nell’articolo di Angelo Marano intitolato «La trappola dei Fondi pensione» (il manifesto 9 febbraio 2003), non si tratta di un compito facile. Occorre innanzitutto partire da uno sforzo analitico più approfondito per valutare l’effettivo grado di copertura pensionistica assicurato a regime dalla riforma Dini. Non ci si può accontentare di previsioni fatte su un astratto lavoratore medio. Bisogna prefigurare alcuni percorsi di carriera concreti per individuare i necessari correttivi tesi a rafforzare i diritti pensionistici durante le fasi di lavoro discontinuo e precario.

Per quanto concerne la previdenza complementare è doveroso far tesoro della lezione di questi ultimi anni segnati da un andamento molto negativo dei mercati e dagli scandali finanziari. Occorre inoltre chiedersi se la volatilità dei rendimenti borsistici possa essere attenuata solo con tecniche di gestione del rischio o se, anche nell’ambito di conti individuali, non si debbano introdurre elementi di mutualità. Il confronto non può però limitarsi alla funzione previdenziale dei Fondi pensione. Deve necessariamente allargarsi ai meccanismi di funzionamento dell’economia italiana per far riprendere al paese un sentiero di crescita economica. E’ inutile sottolineare che senza tale crescita sarebbe difficile assicurare agli italiani una pensione adeguata per il domani. Non si può non vedere come la rigidità proprietaria familiare, come mostra per ultima la vicenda Fiat, pesa sempre più negativamente sulla competitività e sul potenziale di crescita. Una delle cause è la scarsa presenza di investitori istituzionali e di strumenti finanziari intermedi. Un robusto settore dei fondi pensione potrebbe sicuramente aiutare a superare questa situazione. La sinistra deve porsi anche questi problemi senza enfatizzare il ruolo dei fondi pensione, ma anche senza demonizzarlo.