“Commenti&Analisi” C’è la politica nel declino dell’Italia – di M.Salvati

25/02/2003

          25 febbraio 2003

          CAPITALISMO E MERCATO

          Concordo: il degrado inizia negli anni 60 È importante
          la cautela nei rapporti tra l’economia e chi governa

          DI MICHELE SALVATI
          Io non sono un monetarista. E nel dibattito che oppone i fautori
          di regole fisse contro quelli della discrezionalità normalmente
          sto dalla parte dei secondi: «A bit of intelligent discretion», raccomandava
          Keynes: «Le regole fisse sono sempre stupide», traduce Prodi in emiliano. Dicono il vero. E però nei sostenitori delle regole fisse c’è un pezzo importante di ragione: chi ci assicura che la discrezionalità sarà intelligente?
          Non è allora meglio dare agli operatori un quadro di riferimento certo
          in merito alle azioni che verranno prese dall’autorità monetaria?
          O, più in generale, da qualsiasi autorità pubblica che abbia il potere di definire
          le regole che i cittadini devono rispettare?
          L’ho presa alla lontana ma arrivo subito al dunque. Sono profondamente
          d’accordo sul nucleo dell’analisi che sta al fondo dell’intervista del presidente
          di Confindustria: la responsabilità principale dei guai in cui ci troviamo,
          del declino economico del nostro Paese (con buona pace di Antonio
          Marzano), grava sulle spalle dei pubblici poteri, e dunque della politica.
          E sono d’accordo sulla datazione, la metà degli anni 60 del secolo scorso: ahimè, si tratta di guai profondi, radicati in tempi lontani, e dunque non facili da rimediare. Questo dovrebbe sbarazzare il campo dai rimproveri
          incrociati che sindacati e imprese si rivolgono —«Investite troppo
          poco e troppo male», «e voi non ci concedete sufficiente flessibilità»
          — litanie che vanno bene quando si contratta, non quando si cerca di capire. Forse, di queste litanie è rimasta una piccola traccia nell’intervista, nella
          distinzione tra "declino imprenditoriale" e "declino competitivo".
          Se D’Amato vuol dire che in Italia c’è una gran voglia di mettersi
          in proprio, di fare impresa, ha ragione e non è piccola cosa: in Gran Bretagna c’è assai meno e la signora Thatcher si lamentava sempre di questo. Ma poi il gran numero di imprese che nascono, insieme a tutte quelle che ci sono,
          devono essere competitive, ed è anche responsabilità degli imprenditori se non
          lo sono: se la Fiat non è competitiva, di chi è la colpa?
          E se è vera la teoria di D’Amato del "salotto buono", essa non riguarda forse
          un gran pezzo della grande industria italiana? E non ha forse prodotto declino
          imprenditoriale? Ma, insomma, si tratta di un espediente retorico più che
          giustificato e non mi ci voglio attaccare più che tanto.
          Perché, lo ripeto, sono d’accordo sul senso dell’analisi. Lo Stato (cioè la
          pessima politica degli ultimi trent’anni) non ha dato regole che distinguessero
          con fermezza i campi d’azione tra pubblico e privato, e quando le ha
          date le ha poi disattese. Una buona parte della grande impresa (il "salotto buono", certo, ma non solo quello) in questa oscura e infelice discrezionalità ci ha sguazzato dentro, con gli esiti che sono sotto gli occhi di tutti.
          Proprio sabato scorso, commentando la sentenza della Cassazione,
          questo giornale ha fornito una mirabile ricostruzione dell’affaire
          Rovelli: un caso particolarmente scandaloso, persino rispetto agli standard del nostro Belpaese, ma che rende perfettamente il clima di quegli anni. E anche la piccola impresa —che Dio la benedica, perché ci ha permesso di tirare
          avanti — ne ha ricavato i suoi bei vantaggi: ne hanno accennato in questo dibattito Gros-Pietro e Deaglio e ne hanno scritto persuasivamente
          così tanti (lo "scambio implicito" tra occupazione e mancato
          rispetto delle regole) che non mi sembra il caso di insistere. Questo andazzo deve finire: le regole devono essere semplici, devono essere scritte tenendo conto che le imprese non sono "tigri da abbattere o vacche da mungere",
          ma poi devono essere rispettate. Da tutti. Come si può non essere
          d’accordo? D’accordo su tutto, allora? Non proprio, e vengo al punto
          che più mi ha sorpreso nell’intervista. Io posso anche capire che
          nella sua legittima lotta politica contro il "salotto buono", sospinto
          anche da molte delle imprese che rappresentava (chi non ricorda l’ovazione che Berlusconi riscosse a Parma?), D’Amato abbia deciso di concedere un’apertura di credito al governo di Centrodestra. Ma ha fatto di più: l’apertura di credito è stata interpretata come aperto sostegno, come
          esplicito "collateralismo" rispetto al governo e alla parte politica
          che aveva vinto le elezioni.
          È mia convinzione profonda che una associazione di interesse, sia essa di imprese o di lavoratori, debba fare il suo mestiere, non schiacciarsi mai su una
          parte politica, e soprattutto mai sul Governo.
          Credo che D’Amato condivida questi principi. Se è così, la mia critica è semplicemente una critica di scarsa cautela (visto che l’interpretazione che ho fornito è quella prevalente e ha numerose evidenze che l’appoggiano) e speravo che il presidente di Confindustria profittasse di questa importante
          intervista per fare chiarezza.
          C’è invece solo un accenno a Berlusconi, in cui si dice che la sua maggioranza non è adeguatamente coesa e che l’opposizione è prevenuta, cose entrambe
          vere. Ma ci sono altre due cose vere cui D’Amato poteva far cenno.
          La prima, e meno importante, è che vedere in Berlusconi un cavaliere delle regole implica quantomeno una certa distorsione ottica. Se uno ripassa l’intervista e prende i passaggi dedicati al salotto buono e ai suoi esponenti
          si fa fatica a capire se D’Amato ha in mente Gianni Agnelli o Silvio
          Berlusconi. Berlusconi non era certo parte del salotto buono, ma, diciamo così, la sua commistione con la politica non era seconda a nessuno di coloro che ne facevano parte, e, senza di essa, egli non sarebbe diventato il grande
          tycoon che è ora. Immaginarselo come cavaliere delle regole costa dunque un certo sforzo.
          La seconda cosa vera è più importante. Maggioranza poco coesa, opposizione prevenuta eccetera: ma questa è la politica. Il governo, anche un governo che cerca di stare da una parte, è governo del Paese ed è soggetto
          a obiettivi di consenso che non possono essere trascurati per rispettare
          promesse fatte in campagna elettorale. Prima di dare un avallo esplicito a una proposta di programma, credo che un’associazione di interesse dotata di uno
          dei migliori uffici studi di cui dispone questo Paese dovesse sottomettere
          il programma a una analisi "di fattibilità" delle più rigorose. Fattibilità economica, anzitutto, ma anche politica. E già al tempo delle elezioni,
          assai prima dell’11 settembre, credo fosse chiaro che le previsioni
          e le analisi sulla base delle quali il candidato presidente aveva fondato il suo programma e il discorso di Parma erano esposte a molti e ragionevoli dubbi. Un po’ più di cautela, insomma, credo sarebbe stata utile.